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Il Bestiario di Pansa: mio padre, un ragazzo del '98

Mi raccontò: "Da recluta, a 19 anni, ho avuto il mio primo cappotto e un paio di scarponi nuovi". Storia di un italiano che in trincea, durante la Grande Guerra, riuscì a capire la vita

caporetto

Giampaolo Pansa

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Mio padre Ernesto avrebbe apprezzato molto la scelta dei calciatori inglesi della Premier league. Per ricordare i tanti coetanei caduti sui fronti della Prima guerra mondiale, avevano stampato sulle maglie un papavero rosso. Migliaia di papaveri per migliaia di giovani uccisi. Prima di ogni partita, un trombettiere ha suonato il silenzio. Questo è accaduto in Gran Bretagna, mentre in Francia il presidente Emmanuel Macron ha accolto 72 capi di Stato e di governo per celebrare il centenario della conclusione di quel mattatoio. In Italia si sono viste soltanto delle cerimonie dimesse. Ma anche questa scelta sarebbe piaciuta a Ernesto, un uomo che non amava la retorica e non voleva mai stare in prima fila. 

Eppure Ernesto Pansa può essere considerato il tipico ragazzo italiano scaraventato nella fornace di quel conflitto. Era nato il 6 ottobre 1898 e la Patria, ossia il re e il generale Luigi Cadorna, chiamò alle armi la sua classe nel gennaio 1917, quando non aveva ancora compiuto i 19 anni. Per di più era un ragazzo povero, il quinto di sei figli che avevano perso il padre in giovane età e alcuni ancora bambini. Il Pansa defunto anzitempo si chiamava Giovanni Eusebio, sembrava un tipo robusto, con due baffoni alla moschettiera, un uomo capace di reggere per molto tempo la fatica di un mestiere allora molto diffuso: il bracciante agricolo. Invece ebbe l’infelice idea di morire all’improvviso, mentre zappava il campo di un padrone che l’aveva assoldato per una paga da poco. Lasciando nei guai la moglie Caterina Zaffiro e la sua tribù quasi tutta di minorenni. 

Tuttavia Ernesto si considerava fortunato. Anche lui poteva incappare nella cattiva sorte in agguato ai danni dei bambini suoi coetanei. Nel 1898, in Piemonte, il 17 per cento dei neonati andava al Creatore nei primi 12 mesi di vita. Per gli altri stavano in agguato una infinità di malattie: difterite, morbillo, scarlattina, rachitismo, vaiolo e soprattutto tubercolosi. Le pappe di oggi erano sconosciute. Le madri offrivano un latte povero o una poltiglia di pane grattugiato e di farina. 

Ernesto venne cresciuto in quel modo, con grandi porzioni di polenta. Mangiata da sola: polenta e coltello. Un detto monferrino recitava: «Polenta, poletantata, pancia piena, mal mangiata». A dieci anni ancora da compiere, fu messo al lavoro. Era un ragazzino smilzo, ma dalle ossa forti. Puliva le stalle dei vicini. Poi fece il muratore, il «bufin», l’addetto al secchio di calce e al trasporto dei mattoni. Infine incontrò il mestiere giusto per lui: l’elettricista e il guardafili del telegrafo

Arrivò la Prima guerra mondiale e nel gennaio 1917 Ernesto diventò un soldato del Genio. La sua base era a Monfalcone, nell’armata del Duca d’Aosta, ossia Emanuele Filiberto di Savoia. Un signore massiccio che aveva ai suoi ordini 498 mila uomini, ma coltivava due sole passioni: le femmine e i cavalli.  I soldati del Genio non erano costretti ad andare all’assalto. Per questo la fanteria li odiava come odiava l’artiglieria e la cavalleria. Ma anche Ernesto fu costretto a farsi largo tra i morti per portare in prima linea i cavi del telegrafo e del telefono. Provò il terrore di restare ferito, o peggio ancora mutilato. Perdere un braccio o una gamba era la sorte peggiore che poteva toccare a chiunque. Dopo la fine del conflitto, si seppe che tre il 1915 e il 1918 capitò a 219 mila militari. 

Però Ernesto, cresciuto nella miseria, era un ragazzo saggio che sapeva trovare qualche vantaggio pure in una guerra. Tanti anni dopo mi disse: «Da soldato ho avuto il primo cappotto della mia vita. E un paio di scarponi nuovi al posto delle scarpe sfondate che ci regalava il parroco. Ho assaggiato la cioccolata che non conoscevo. Ho fumato la mia prima sigaretta. E sono andato con una donna dei bordelli militari che il Duca d’Aosta pretendeva fossero i migliori dell’esercito…».

Si fece tutta la ritirata di Caporetto, preoccupandosi di non perdere la cassetta degli attrezzi da lavoro. Quindi scoprì di avere contratto la malaria. Venne curato all’Ospedale militare di Firenze, e una volta dichiarato guarito fu rispedito in prima linea. E quando la guerra finì, vinse un terno al lotto. Il suo tenente, un ragazzo pavese, scelse tre dei suoi soldati del Genio per andare a Vienna e a Budapest ad assicurare i collegamenti delle missioni italiane nelle due capitali sconfitte. 

A Vienna rimase appena qualche settimana, ma a Budapest restò quattro mesi e dieci giorni. Ci arrivò nel settembre 1919, alla vigilia dei 21 anni. Vide quello che poteva accadere in una città di un milione di abitanti sfiancata prima dalla guerra mondiale e poi dalla guerra civile. Scoprì il terrore rosso, una follia sanguinaria guidata dal comunista Bela Kun, l’inventore della Repubblica sovietica di Ungheria. E poi il terrore bianco dell’ammiraglio Miklos Horthy, ben più feroce. Eccidi, torture, impiccagioni, gente scaraventata nei forni delle acciaierie, carceri strapiene, prima di bianchi e poi di rossi, donne violentate dagli ufficiali dell’ammiraglio e passate alla truppa. 

Quasi mille morti sotto Kun, cinquemila sotto Horthy. Un giorno domandai a Ernesto: «Sai che fine ha fatto Kun?». Lui mi raccontò: «Fuggì in Russia, ma cadde sotto le unghie di Stalin. Nel giugno del 1937 venne accusato di essere un agente segreto della Gestapo tedesca. Lo torturarono, ma senza strappargli una confessione. Nel 1939 lo fucilarono. Stalin fece uccidere anche il fratello. E deportò la moglie in un gulag».  Ernesto concluse: «Mai fidarsi degli estremisti, rossi o neri che siano. Dopo l’Ungheria mi sono vaccinato contro il fanatismo politico. Ho preso la tessera del fascio di Mussolini, ma soltanto per non perdere il lavoro alle Poste». 

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