2018: fuga da Di Maio

L'esodo dei grillini da Comuni e Regioni. I veleni sulla selezione dei candidati al Parlamento. La ricerca di alleati. Intanto Giggino colleziona gaffe

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Luigi Di Maio, leader del M5S, sostenitore dello sforamento del deficit Roma - 14 dicembre 2017 – Credits: ANSA/ANGELO CARCONI

Carlo Puca

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Luigi Di Maio, 31 anni, vicepresidente della Camera dei deputati, è il candidato premier del Movimento 5 stelle.

Tu chiamale, se vuoi, distrazioni: l'annuncio sull'uscita dall'euro; i proclami sulle pensioni d'oro, che d'oro non sono; lo spot a Widiba, l'appendice di Mps definita "la terza banca al mondo online" ed è solo una delle ultime arrivate sul web.

Insomma, il candidato premier Luigi Di Maio si è messo a dare i numeri. Perché? Alcuni parlamentari grillini, maliziosi, insinuano che è tutta colpa dell'amore. O meglio, di un amore finito. "Se fosse ancora fidanzato con Silvia Virgulti, che è un genio della comunicazione, certe cose non accadrebbero: evidentemente, senza di lei, ha perso l'equilibrio personale e politico", sostengono. Chissà.

Certo è che le esternazioni di "Giggino" hanno allarmato moltissimi anziani, i nipoti che vivono con le pensioni dei nonni, gli imprenditori di ogni ordine e grado, le cancellerie dell'intero Occidente. E peggio ancora va tra i pentastellati.

Dopo l'apertura di Di Maio alle alleanze post-elettorali (se il M5s non arriverà al 40 per cento, farò "un appello a tutte le forze politiche basato sui temi"), in tanti dubitano del leader imposto da Beppe Grillo e Davide Casaleggio.

Per intenderci, sui social è tutto un appellarsi ad Alessandro Di Battista: si va dai "Dibba, dove sei?" agli "Ale, salvaci tu", passando per un suggestivo: "Torna, 'sto blog aspettaa te". Ma lui, Di Battista, non tiene affatto né a tornare né a entrare nella potenziale squadra di governo di Giggino: "Alessandro non sarà fra i ministri, me lo ha chiesto lui", ha ammesso il candidato premier.

Ecco, quello della fuga rimane il problema più serio per Di Maio. E lo è anzitutto per ragioni "tecniche", interne ed esterne al movimento. Sul fronte interno, Grillo ha ribadito che "una delle regole fondanti i 5 Stelle è quella dei due mandati elettivi a qualunque livello. Consigliere comunale, sindaco, consigliere regionale, parlamentare nazionale ed europeo. Questa regola non si cambia né esisteranno mai deroghe a essa".

Virginia Raggi ne ha approfittato per annunciare che non si ricandiderà a sindaca di Roma, anche per liberarsi dal tutoraggio di Di Maio e dire, di fatto: siccome non mi ripresento, d'ora in poi faccio di testa mia.

Invece Fabio Fucci, sindaco di Pomezia (Roma), ha deciso di lasciare l'M5s per presentare una propria lista alle comunali del 2018. Infatti, prima di diventare sindaco, era stato consigliere di opposizione. E ora intende guidare la città per altri cinque anni.

Raggi e Fucci non sono i soli a fare legittimi calcoli politici. Per esempio, già alle elezioni comunalie regionali del 2017, molti consiglieri uscenti scelsero di non ricandidarsi per giocarsi la carta dell'ascesa in parlamento.

Nella primavera del 2018 - quando si voterà in 762 Comuni e sei Regioni - sarà anche peggio. In pochissimi intendono partecipare alle Comunarie e alle Regionarie, le primarie online che selezionano i candidati per Comuni e Regioni. In Parlamento, infatti, si può essere eletti anche nelle liste bloccate senza spendere soldi, tempo ed energie; nei Comuni e nelle Regioni, invece, bisogna guadagnarsi le preferenze, e senza avere alcuna certezza di ottenere un seggio.

È persino naturale, quindi, che gli iscritti puntino dritto sulle primarie per il Parlamento, le cosiddette parlamentarie: tra il lambrusco a pagamento e lo champagne gratis, chiunque ambirebbe allo champagne.

A ingarbugliare ulteriormente la faccenda è arrivato il Rosatellum, che non è un vino bensì il nuovo sistema elettorale "misto": dispone una quota del 37 per cento di eletti nel maggioritario e il rimanente con il proporzionale in liste, appunto, bloccate: più il nome del candidato è in alto nell'elenco, più è probabile la sua elezione.

A decidere la formazione delle liste sono le segreterie delle forze politiche. Ma se i partiti tradizionali si affidano ai leader, per i 5 Stelle è d'obbligo il ricorso alla Rete.

Da qui il (melo)dramma M5s; per spiegarlo serve un esempio. Mario Rossi, un candidato ipotetico, partecipa alle Parlamentarie. Gli iscritti lo votano in massa e lui risulta essere il primo dei prescelti. A questo punto, dove corre Rossi? Nel maggioritario, così il movimento ha un candidato forte da contrapporre a quelli di centrosinistra e centrodestra? O nel proporzionale, perché si merita l'elezione sicura? E se è così, che speranze hanno i 5 Stelle di competere nel maggioritario?

Ancora: i parlamentari uscenti dove verranno candidati? Nel maggioritario, dove rischierebbero la non rielezione, o nel proporzionale? E chi e come lo stabilirà? Insomma, i problemi posti dal Rosatellum sono enormi.

Non a caso, seppur silenziosamente, dentro l'M5s sta consumandosi una guerra di posizione che sta dilaniando i rapporti tra i potenziali candidati e la triade Grillo-Casaleggio-Di Maio. La quale, ora, teme la rivolta dei tanti signor Rossi che ambiscono a una comoda poltrona sulla quale sedersi. È la politica, bellezza.

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