Attentato nel Sinai: segno di debolezza dei Jihadisti

Lungi dal dimostrare l'incapacità del governo egiziano a contrastare il terrorismo, l'ultimo attentato dimostra la debolezza e la disperazione dei jihadisti

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Il Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi – Credits: BRENDAN SMIALOWSKI/AFP/Getty Images

Sherif El Sebaie

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L’attentato di venerdi scorso in Egitto - nella moschea al-Rawdah, a Bir al-Abed, un centro a ovest della città di Arish nel nord del Sinai - è stato senz’altro un atto efferato anche per le modalità con cui è stato condotto.

I terroristi hanno sparato oltre che sui fedeli in fuga dall’esplosione degli ordigni piazzati in una moschea, anche sulle ambulanze accorse per soccorrere i feriti. Il bilancio è di 235 morti e oltre 100 feriti.

Dalla deposizione del presidente islamista Mohamed Morsi nel luglio 2013, la recrudescenza dell’insorgenza jihadista ha rappresentato una priorità per tutti gli esecutivi del Cairo.

L’attuale Presidente egiziano El Sisi, prima di candidarsi e di ordinare la dispersione del sit-in dei Fratelli musulmani che protestavano contro la deposizione dell’ex-presidente, aveva avvertito l’opinione pubblica che ci sarebbe stato un prezzo da pagare per affrontare gli atti di terrorismo che ne sarebbero conseguiti.

La sfida delle autorità egiziane è epocale anche in ragione del contesto geopolitico che contribuisce a creare una condizione di instabilità intorno al paese. A ovest c’è la Libia che versa nel caos, a Est il movimento islamista di Hamas. È molto più facile per i jihadisti in fuga dalla Siria raggiungere l’Egitto da uno di questi fronti. Se a questo assommiamo la natura impervia e desertica di queste zone, difficilmente controllabili anche in tempo di pace, si capisce quanto sia inopportuno accusare l’Egitto di incapacità nella lotta al terrorismo.

A differenza della Libia, della Siria e dell’Iraq, in Egitto lo Stato è presente e ha i mezzi per fermare il dilagare del terrorismo. In effetti, più che dimostrare “l’incapacità del governo egiziano di controllare il territorio” come affermano diversi analisti sui quotidiani italiani o che “L’intera penisola del Sinai è stata trasformata in campo di battaglia” come sentenzia Guido Olimpio sul Corriere, l’attentato dimostra invece che i terroristi sono assediati in una porzione limitata del territorio egiziano (il triangolo di Al-Arish-Sheikh Zuweid e Rafah) a cui si sommano i territori lungo il confine occidentale con la Libia (Marsa Matrouh e Farafra).

Finora i jihadisti avevano scelto di concentrarsi su una determinata tipologia di obiettivi ritenuti simboli del potere del Cairo: figure pubbliche, commissariati e posti di blocco, militari e forze di polizia.

Questa volta si è trattato di un attacco frontale all’autorità dello Stato e al prestigio del presidente El Sisi. Il salto di qualità, in negativo, con un attentato ai civili, per di più musulmani in preghiera, denota sì un preoccupante sviluppo che si è concretizzato nell’implicita dichiarazione di apostasia delle vittime, ma è anche un segnale di debolezza da parte dei jihadisti.

Infatti, ben consapevoli del sostegno popolare alla strategia di guerra senza quartiere condotta dal governo, i terroristi hanno deciso di far pagare il prezzo all’intera popolazione e non solo alla minoranza cristiana da sempre nel mirino della loro strategia del terrore.

Un atto che non farà altro che rafforzare l’odio dell’opinione pubblica nei loro confronti, portando maggiore sostegno al pugno duro del governo di El Sisi.

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