O il caos o Berlusconi: il dilemma che toglie il sonno a Bersani

Non ha alternative: bussare a Palazzo Grazioli - Tutti gli eletti - Gli esclusi eccellenti - Speciale Elezioni

Il segretario Pd Pierluigi Bersani – Credits: ANSA / ETTORE FERRARI

Paolo Guzzanti

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Il primo giro lo inizia Bersani, che ammette di non aver vinto, e fa una delle due uniche cose possibili: invia una supplica a Beppe Grillo per vedere se c’è una traccia di disponibilità a fare una maggioranza. La risposta è scontata: Grillo dirà che lui non fa maggioranze ma vota pro o contro provvedimenti che approva o disapprova. Almeno in prima battuta.

Ma il secondo passo sarà il più umiliante per Bersani: dovrà chiedere a Berlusconi di fare qualcosa insieme, per esempio un governo. Sarà come bere un bicchiere di acido muriatico, ma non ci sono alternative: o con Berlusconi o con Grillo. Per Bersani è comunque  una disfatta epocale e ieri Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano prendeva a scudisciate il segretario del PD chiedendogli di dimettersi. Ora, Travaglio non è il Pd, ma dentro quel partito sta serpeggiando un malcontento che cresce a vista d’occhio e molti pensano che sia di nuovo tornata l’ora di Matteo Renzi.

Berlusconi nel frattempo frena gli entusiasmi dei suoi, ha scherzato sulla possibilità di diventare presidente del Senato e si riposa come un atleta dopo una performance olimpionica. Del resto, tutti i giornali anche nemici gli rendono omaggio per la potenza di fuoco manifestata durante la breve campagna elettorale.

Ci saranno giorni di assestamento e di consultazioni frenetiche, ci saranno – specie in casa PD – liti feroci e regolamenti di conti perché ancora una volta quel partito si è fatto prendere dalla frenesia berlingueriana della superiorità biologica dei comunisti ed ex comunisti, perdendo di vista la realtà, incapaci di descriverla, di fronteggiarla, di dominarla. Bersani si è liquefatto il cervello politico dietro alle battute di Crozza e alle scemenze sulle macchie del giaguaro, dunque servirà un assestamento se non interviene un fatto nuovo e traumatico come le dimissioni del segretario.

Di quel che vuol fare Grillo con i suoi, c’è poco da dire. Il movimento Cinque Stelle non fa alleanze, non fa maggioranze e anche se volesse, non potrebbe perché i suoi elettori si rivolterebbero nelle piazze. Dunque l’appello di Bersani non può produrre alcun fatto nuovo di valore permanente: al massino l’intesa per convergenze su alcuni punti specifici specialmente di carattere ambientalista, come accade in Sicilia.

Ma la politica europea? E la politica estera? Oggi l’Italia è sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo: la vittoria di Grillo fa pensare ad una uscita sia dalla politica del rigore che dall’euro. Le Monde stasera titolava: l’Italia fa crollare tutte le borse del mondo, da Wall Street a Tokyo. Arriva a Roma il nuovo segretario di Stato americano Kerry per parlare di Siria, di Medio Oriente, di decisioni strategiche e non ha interlocutori. Vedere Monti, oggi, può essere l’occasione per un caffè, ma non molto di più. Che farà l’Italia come alleato, come partner, come socio fondatore dell’Unione Europea? Se lo chiedono tutti e la risposta non verrà data facilmente.

Il peso delle responsabilità nazionali e internazionali, europee e domestiche dovrebbe spingere le forze parlamentari ortodosse, il centrodestra e il centrosinistra, ad assumersi il compito di far fronte alle domande e ai problemi in breve tempo. Si disse, stupidamente, che non si poteva andare a votare nel dicembre del 2011 perché i mercato sarebbero impazziti, ed i mercati impazziscono oggi di fronte ad un risultato che deriva dall’incuria con cui il governo Monti con il suo partner Bersani hanno trattato i sentimenti di protesta e la domanda di politica che veniva dal basso. Non hanno saputo rispondere a nulla e Grillo è il risultato della loro incuria.

Per questo pensiamo che Bersani, su cui cade la responsabilità delle prime dichiarazioni come capo della coalizione che ha ottenuto più voti ma non la maggioranza, deve prendere un profondo respiro, farsi coraggio, buttare giù un goccio di vodka delle cooperative e andare a fare toc-toc ad Arcore o a Palazzo Grazioli per chiedere udienza e alleanza.

E’ lì, immaginiamo, che lo aspetta Berlusconi, dopo avergli lasciato il tempo di consumare gli inutili tentativi con Grillo che molti diessini chiedono istericamente, ben sapendo che non possono portare a nulla. E che cosa dirà Berlusconi?

Ci sembra abbastanza semplice. Dirà che non si può tornare a votare e che bisogna stabilizzare il malato dallo stato di coma in cui si trova. Per questo si può e si deve fare una alleanza strategica in nome delle riforme costituzionali tante volte annunciate e mai realizzate, oltre alla nuova legge elettorale che il PD, malgrado le chiacchiere televisive, non ha mai voluto rifare perché quella che c’è è troppo comoda: ecco la Camera invasa da un centinaio i deputati eletti da nessuno, anzi confiscati agli elettori e consegnati al vincitore. Lo dico con la consapevolezza di aver creduto nella bontà di quella legge che doveva salvare il bipolarismo e di averla anche votata al Senato. I fatti hanno dimostrato che il bipolarismo immaginario non è mai diventato realtà e che quella legge deve essere rifatta come un vestito a misura dell’elettorato italiano.

Dunque Berlusconi ha l’occasione di mettere in campo le riforme che da tempo chiede a gran voce, fra cui quella di affidare al presidente del Consiglio i ruolo e i compiti di un vero Primo Ministro che può assumere e licenziare i ministri a suo piacimento senza dover chiedere il permesso al Capo dello Stato.

Ma Berlusconi può fare di più. Può chiedere che si discuta e s approvi una riforma costituzionale per un presidenzialismo alla francese, con un capo dello Stato eletto dal popolo e responsabile dei suoi atti che governi dal Quirinale, con un Primo Ministro di sua fiducia a Palazzo Chigi, ripetendo lo schema Elisée-Matignon di Parigi. Quel sistema funziona e funziona bene anche perché ha una legge elettorale uninominale a due turni che rende inutili le primarie: al primo turno il popolo sceglie i duellanti finali e al secondo turno proclama il vincitore. Solo in questo modo si possono togliere alle segreterie dei partiti quei poteri di discrezionalità eccessivi che fanno infuriare gli elettori. I partiti potranno sempre selezionare i concorrenti, ma poi quelli se la devono vedere con gli elettori.

Berlusconi ha la sua grande occasione: o lui o il caos. Certo, Bersani potrebbe, con sorpresa di tutti, stringere un patto con Grillo di larghe intese su temi comuni, ambientali e non, dovrebbe cambiare bandiera sulla Tav e fare concessioni che darebbero un enorme fastidio non soltanto alla Merkel, ma anche ad Hollande e a Obama. Bersani, essendo sconfitto, è tentato di giocare il tutto per tutto pur di non piegarsi di fronte alla necessità di chiamare Berlusconi. E potrebbe essere così sciocco e testardo da presentare una coalizione con i grillini sperando che funzioni, gettando definitivamente l’Italia nel caos non appena emergeranno le scadenze in materia di debito, sulle quali Grillo ha idee del tutto folli o, come dice lui, rivoluzionarie.

Riassumendo, gli scenari possibili sono tre. Ritorno alle urne (ma dopo ave eletto il uovo capo dello Stato, il che è un ulteriore problema); alleanza PD con Grillo, alleanza del PD con il PdL, sia pure su questioni di impatto immediato. La terza ipotesi è quella più ragionevole. Ma attenzione: non appena fatta la nuova legge elettorale bisognerà tornare subito a votare perché la nuova legge proclamerà l’illegittimità del Parlamento appena eletto. Con questa bomba ad orologeria innescata, ci si può sedere intorno a un tavolo e cominciare a discutere.

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