Mogherini e il dilettantismo europeo di Renzi
 Ansa/Filippo Attili/Ufficio stampa Palazzo Chigi
Mogherini e il dilettantismo europeo di Renzi
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Mogherini e il dilettantismo europeo di Renzi

Quella subita dal premier in Ue è la sua prima cocente sconfitta. E la verità è che Renzi non può trattare tutti i leader europei come degli scolaretti. Perché in questo lo scolaretto è lui. La lunga notte dell'Italia in Ue

 

Alla prima prova in politica estera, Matteo Renzi ha fallito e la lezione che gli è stata impartita ieri a Bruxelles è di quelle che fanno male. Le battute adolescenziali, i selfie, il richiamo alle generazioni Telemaco (o Erasmus? si decida), la disinvoltura con cui boccia come candidati dell’Italia i nomi più rispettati in Europa solo perché suoi avversari di partito (Enrico Letta), la faciloneria con la quale pretende di spiegarsi e capire una lingua che non conosce (l’inglese) , l’arroganza con cui sbatte in faccia ai colleghi il 40.8 per cento di consenso che conta in Italia ma non conta nulla nelle capitali europee, infine la decisione di puntare sul ministro degli Esteri Federica Mogherina (che è persona degna, una “giovane” appassionata di viaggi e innamorata della politica estera come un meraviglioso hobby di cui parlare nei blog, ma gravata da scarsa esperienza e perciò vulnerabile sui dossier spigolosi, dall’Ucraina al Medio Oriente), tutto questo ha inevitabilmente e prevedibilmente condannato Matteo alla sua prima cocente sconfitta. Alla tragicomica figura da Telemaco petulante da trattare come uno scolaretto.

Altri in passato, presidenti del Consiglio italiano come Silvio Berlusconi (per dire), hanno portato alla Commissione Europea personaggi all’epoca stimatissimi e esperti, a lui per nulla organici (anzi), come Mario Monti e Emma Bonino. E non hanno esitato a divorare rospi grossi così. Berlusconi arrivò a appoggiare il suo nemico storico, Romano Prodi, per la presidenza della Commissione UE, e poi a frenare l’ostilità personale del suo ministro  dell’Economia, Giulio Tremonti, verso la nomina di Mario Draghi alla Bce (Banca centrale europea). Quelle furono vittorie dell’Italia.

Adesso è inutile che Renzi si sbracci, che insista che lui non molla, o getti la croce sugli eurodeputati azzurri che avrebbero fatto girare la voce di un ritorno in auge della candidatura Letta (come se dipendesse da loro e non dai capi di governo UE). È inutile che faccia mostra di una forza che non ha ed è solo, anche nel suo caso e per usare un eufemismo, inesperienza. Stupisce come ogni volta caschi dalla nuvole quando dall’Europa rimbalza la spinta, insistita, convinta, ben fondata degli altri Paesi verso la nomina di Enrico Letta alla presidenza del Consiglio Europeo. La Gran Bretagna, in particolare, spinge in questa direzione poco commestibile per Matteo (ma per l’Italia invece una leccornia, avremmo due delle quattro posizioni apicali della UE) Il Partito socialista europeo a sua volta, chiedendo sia la presidenza del Consiglio sia la Pesc (la Politica estera e di sicurezza), ha oggettivamente indebolito la candidatura della Mogherini . Che non appare più la proposta secca (quasi un aut aut) che doveva essere, ma un elemento di una più ampia e perigliosa trattativa.

Justus Lipsius, quartier generale del Consiglio europeo  a Bruxelles, non è Palazzo Vecchio.

Intanto Angela Merkel, sorniona, costante, sottotraccia, sta piazzando tutte le sue pedine. Il primo è stato Juncker alla guida della Commissione, ora sta lavorando per la premier danese Thorning-Schmidt al Consiglio (anche se l’interessata nega). In Europa si ride delle proposte di Renzi: non basta una giovane donna volenterosa per mandare avanti un ufficio come la Pesc (come non bastano la Madia o la Boschi per fare delle buone politiche del lavoro e delle buone riforme). C’è da tremare all’idea che sarà Matteo a trattare con Angela sulla flessibilità e la crescita. Questo Matteo e questa Angela.   

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