Marco Ventura

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I presidenti americani fanno gli interessi degli Stati Uniti d’America. Questo vale per Barack Obama, ma varrà anche per Donald Trump. Purtroppo, invece, noi europei fatichiamo a capire questa semplice verità.

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Pretendiamo che lo Zio Sam continui in eterno ad allungare le sue ali protettive sulla nostra vecchia Europa fatta di monumenti. Da un lato le nostre élite guardano agli Stati Uniti con supponenza da cugini di città verso i cugini di campagna. Dall’altro, si aspettano sempre che arrivi il Settimo Cavalleggeri a tirarci fuori dalle situazioni di pericolo.

L’Europa è sempre più un fortino sotto attacco, e il Settimo Cavalleggeri ha smesso di pensare a noi. Su tasse, armi in casa, welfare e immigrazione Trump la pensa all’opposto di Obama. In politica estera i due presidenti sono più vicini di quanto non appaia. Per esempio sulla tentazione di isolarsi (o isolazionismo).

Lo slogan obamiano dello “Stay behind”, ossia dell’appoggio dietro le quinte nella guerra all’Isis e nella gestione delle primavere arabe dalla Libia alla Siria, significa che Washington con Obama ha già abbandonato l’interventismo alla George W. Bush, la politica degli stivali sul terreno, preferendo un arretramento che somiglia molto alle promesse di Trump.

Anche il prossimo presidente degli Stati Uniti appartiene alla schiera dei leader americani che non vogliono pagare il prezzo di guerre sconsiderate lontane e non vogliono indossare i panni dei gendarmi del mondo.

Obama si era concentrato sui rapporti con l’Asia e sull’autonomia energetica per gli Stati Uniti. Aveva inaugurato all’inizio del mandato una stagione nuova nelle relazioni col mondo arabo e islamico, facendo un passo indietro per poi, forse, almeno parzialmente ricredersi. L’anima interventista del suo esecutivo era incarnato da Hillary Clinton. Obama aveva condotto la sua campagna contro Al Qaeda e poi contro il Califfato, senza rombi di tuono ma combattendo.

Con Hillary alla Casa Bianca, l’Europa si troverebbe oggi di fronte alla prospettiva di un conflitto con la Russia all’insegna del rischio.

La strategia del "restare indietro"
Trump è potenzialmente erede di Obama nella strategia del “restare indietro”, dell’appoggiare da lontano (se non addirittura dello “stare a guardare”). Ne discendono alcune conseguenze importanti per l’Europa e nel complesso una sfida che chiama in causa la capacità dell’Unione e dei singoli paesi di inventarsi finalmente una propria autonoma politica estera e di difesa europea. Senza più la tutela dello Zio Sam in versione Trump.

L’Europa ha finalmente l’opportunità di crescere e diventare adulta. Con la Russia, paese euroasiatico fondamentale per gli equilibri nella nostra area, si profila un allentamento della tensione che si era generata con la crisi ucraina, forse un allentamento delle sanzioni che tanto hanno penalizzato le imprese italiane, e una ricomposizione dell’attrito nel comune interesse della guerra all’espansionismo e integralismo islamico.

Forse si aprirà un percorso di nuova associazione della Russia alla NATO, depotenziata nella sua carica offensiva dalle minacce di taglio dei fondi (la politica di Obama in questi anni è stata invece quella di stressare al massimo la percentuale di bilancio statale destinata alla Difesa dai singoli membri dell’Alleanza).

E l'Europa? O rinasce o scompare
L’Europa rischia di disgregarsi in più Europe: la Gran Bretagna in uscita si avvicina ancor di più agli USA grazie al rapporto speciale confermato da Trump dopo la vittoria. La leadership socialista di Francia e Italia si ritrova senza tutela politica oltreoceano.

Sono destinati a tramontare gli accordi sul clima di Parigi e i timidi accenni di negoziato sul Trattato di libero scambio tra UE e Stati Uniti. Italia e Grecia (ma anche la Germania) sono e saranno in rotta col gruppo di Visegrad costituito da Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia fautori del filo spinato contro l’“invasione” dei migranti dall’Africa e dal Medio Oriente.

L’Europa del Nord confligge con quella del Sud sull’economia (austerità contro flessibilità), così come rischia di approfondirsi il divario tra l’Eurozona e l’insieme di Paesi che si trovano fuori dall’Euro. E dentro l’Eurozona ci sono poi i Paesi virtuosi e quelli in bilico (tra cui l’Italia, ma anche la Francia).

A Donald Trump importerà dell’Europa ancora meno che a Obama. Lui guarderà con spirito competitivo e preoccupazione militare verso il suo Occidente, e nostro Oriente: l’Asia, la Cina in particolare.
Con Donald Trump alla Casa Bianca, l’Europa non avrà più tempo né alibi. Se vorrà mantenere un ruolo sulla scena mondiale dovrà costruirselo. Non potrà più attaccarsi alle gonne dell’America. E se vorrà contare dovrà ritrovare una unità che non sia solo economica e monetaria (traballante di suo). Di fatto, l’Europa smetterà del tutto di essere importante per gli Stati Uniti. Forse, smetterà del tutto di essere importante. O rinascerà.

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