Cronaca

Studenti italiani all'estero: il futuro non ha paura

La colonia di ragazzi negli Atenei stranieri contribuisce a creare un mondo migliore che estende i confini di famiglia e comunità

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Marco Ventura

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Fine estate. Si parla in questi giorni di partenze per i progetti Erasmus, si parla di penultimo anno di liceo all’estero.

Si parla meno (ma ci sono) di quei ragazzi italiani che hanno scelto di fare l’Università direttamente in Gran Bretagna, Olanda, Francia, Svezia, Stati Uniti, Cina...

Ragazzi che in questo scorcio di vacanze si trovano in Patria. Per nessuno come per loro l’Italia è il Paese più bello, la loro città l’unica nella quale accetterebbero di vivere per sempre.

Per nessuno come per loro è una fonte di felicità addirittura necessaria fare il tour di notte a Roma o Milano, accendersi un falò e cantare con gli amici sulla spiaggia in Sicilia o Sardegna, concedersi un viaggio con la famiglia prima di essere accompagnati all’aeroporto dai genitori e volare nella loro città di residenza all’estero e riprendere i corsi in qualche pulita, ordinata, ricca e civile cittadina europea che non potrà però avere mai l’anima di casa nostra.

"A house is not a home", cantava Burt Bacharach. Sono ragazzi che partono perché lo vogliono ma un po’ anche perché sono costretti, per potersi costruire un futuro che li emancipi da un sistema di “education” che il futuro lo distrugge prima che cominci e non dà opportunità, non investe in modo adeguato, taglia fuori dal contesto globale di scambi culturali, di mercato e possibilità di sviluppare ricerca e scegliersi un lavoro.

Andare all’estero, per un diciottenne che entra in una Università non italiana, è in realtà un lusso più sostenibile di quanto non si immagini.

Perché ovunque i ragazzi, anche quelli nati in famiglie ricche, lavorano per pagarsi gli studi o gli svaghi, pronti ad affrontare da soli la vita edificando con le proprie mani il proprio destino.

E perché gli Stati seri offrono mutui restituibili comodamente e borse di studio basate su meriti reali.

C’è una comunità globale di ragazze/i che sono amici senza frontiere, che si ospitano l’un l’altro, dall’Australia all’Olanda, dall’Italia alla Tanzania. Che si danno aiuto, affetto, calore, amicizia e condividono sogni, esperienze e speranze.

Ragazzi e ragazze che affrontano i rischi di uno sradicamento e di viaggi frequenti per via del terrorismo ma anche, più banalmente, degli infortuni dovuti agli spostamenti.

Massimo Giannini ha scritto su “Repubblica” una lettera alla figlia in partenza per Parigi, e ha riconosciuto che non ha senso avere paura. Nessuno è al sicuro. A casa o fuori.

In Patria o in quella seconda Patria che è la città dei propri studi. La stanza in una casa o in una residenza universitaria in Gran Bretagna o in Olanda o in Germania diventa il perno di un’altra storia che estende oltre i confini nazionali il senso della famiglia e della comunità.

L’Europa si fa Europa attraverso questi studenti globetrotter che fanno la spola tra casa e Ateneo, tra Italia ed estero, e che sono ospiti nelle case di famiglia dei loro compagni d’Università che allargano la cerchia di amicizie universitarie.

Quelle di liceo nel proprio Paese si sfarinano, si perdono, restano sullo sfondo come selfie del passato. La vita continua, si rafforza, varia, si adegua, non è mai monotona…

I nostri figli potranno restare all’estero (probabile) o tornare in Italia (inverosimile), ma non potranno mai più rinunciare alla libertà di conoscere un mondo più vasto.

Più avanzato di un’Italia che resta al palo, indietro, e non sta al passo con i tempi e perde la sua gioventù più intraprendente (o più fortunata).

È un’intera classe dirigente che emigra e si fa valere per quella marcia in più che gli italiani hanno quando si trovano soli in territori nuovi e sconosciuti: una storia, una cultura, una tenacia, un’allegria.

Il contrario della paura.

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