Libia, quell'errore della Francia da cui non siamo più usciti

Le parole del figlio di Gheddafi ricordano lo sbaglio del 2011. Appoggiando la linea Sarkozy, abbiamo stravolto un equilibrio frutto di anni di accordi

Libia-italia

Il primo ministro libico Fayez al-Sarraj con il premier Paolo Gentiloni a Roma - 26 luglio 2017 – Credits: ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images

Marco Ventura

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Da quella tragedia non siamo ancora usciti. La Francia aveva deciso in modo unilaterale di far partire i suoi caccia-bombardieri per abbattere Gheddafi. La colpa del Colonnello era stata quella di allearsi all’Italia, di stringere con Berlusconi un patto d’amicizia che superava addirittura il contenzioso coloniale (cosa che alla Francia non è mai riuscita con la sua ex colonia più importante, l’Algeria).

Sarkozy non aveva neanche messo in allarme i suoi presunti alleati, li aveva fatti trovare di fronte al fatto compiuto. Un gesto da grandeur che sarebbe costato anni, forse decenni di instabilità nel Nord Africa e un esodo migratorio di grande portata, capace di destabilizzare l’area e foriero di conseguenze geo-strategiche tutte da vedere.

Il ruolo di Berlusconi

Berlusconi sapeva che quella guerra non andava fatta. Sapeva che sarebbero ripresi i flussi migratori, che l’Italia avrebbe perso molti affari e la possibilità di costruire in Libia autostrade, città, impianti energetici. Che forse avrebbe rialzato la testa un fondamentalismo islamico che Gheddafi nell’ultimo scorcio della sua vita da dittatore aveva deciso di combattere.

Ma guerra fu. Anche per una sorta di accomodamento, accondiscendenza e acquiescenza da parte degli stessi stretti collaboratori di Berlusconi, tra cui ministri e alti burocrati. Perché il “politicamente corretto” voleva che noi, l’Italia, paese fondatore dell’Unione europea inserito in un quadro di forti alleanze europee e transatlantiche, non potessimo assumere una posizione diversa da quella di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti.

Anche in quella occasione, Angela Merkel si rivelò una leader, e tenne fuori la Germania dalla guerra, astenendosi e non partecipando alle operazioni, Noi, invece, mettemmo a disposizione le nostre basi, fondamentali per le operazioni aeree. E Berlusconi si piegò a “tradire” il patto d’amicizia col Colonnello. Lo fece perché sotto pressione interna e internazionale. Lo fece quasi con la pistola alla tempia. Ma alla fine lo fece.

E così adesso non è scorretto dire che la decisione fu sua. Ma non fu sentita. Non fu condivisa neanche da se stesso. Fu una decisione che sceglieva quello che all’epoca sembrava essere il male minore.

La situazione oggi

Tutto questo va ricordato perché la Libia è ancora nel pieno di quella crisi aperta dall’intervento. Gheddafi è stato ucciso. Barbaramente, diremmo. E senza che noi alzassimo un sopracciglio. Il feroce dittatore che in passato si era macchiato anche di crimini terroristici, ora non era più là, vivo e combattivo, a difendere l’unità della Libia e sottolineare col pugno la propria leadership fra le tribù.

Oggi la Libia è un mosaico inverecondo di fazioni e tribù. Un arsenale a cielo aperto, spaccato almeno in due tra la Tripolitania e la Cirenaica. Ma disgregato anche all’interno dei due campi, in mano alle dinamiche tribali nel Sud, nel Fezzan, strategico per il transito di migranti dal resto dell’Africa.

La Francia voleva riconquistare una supremazia appannata nell’area. Nuovi sistemi d’arma furono messi alla prova. Ma oggi quel deserto è la tomba dell’Europa. Non se ne viene a capo. La Francia usa la leva di Haftar nella Cirenaica. La Gran Bretagna discretamente fa le sue mosse più o meno nella stessa cornice. Russia ed Emirati sono pure loro schierati con il generale e uomo forte di Bengasi.

Noi abbiamo puntato su Fayyez Al Serraj, un non militare, fragilissimo, riconosciuto però anche dalle Nazioni Unite. Ma sotto l’ombrello dell’intervento umanitario e della necessità di curare i feriti della guerra al Califfato in Libia in un nostro ospedale da campo, abbiamo circa 300 militari a Misurata.

Adesso c’è pure un pattugliatore d’altura che ormeggia a Tripoli, avanguardia di altre unità che potrebbero in un prossimo futuro muovere verso quelle coste. La strada verso una stabilità è ancora lunga. L’esodo potrebbe diminuire, forse, chissà.

Ma le parole di Saif Al Islam, il figlio superstite di Gheddafi liberato grazie a Haftar, ci ricordano quanto è avvenuto. Lui ci accusa di essere la solita Italia fascista e coloniale, e che l’errore è stato quello di autorizzare nel 2011 il decollo dei caccia “alleati” dalle nostre basi. È il rancore del figlio del Colonnello che ci rimprovera di aver tradito il padre. Da quella tragedia non siamo usciti.

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