Immigrazione, Angela Merkel è l'unica ad avere una visione europea

Al governo populista italiano conviene essere alleato della cancelliera più che del quartetto di Visegrad e denunciare la politica di Macron come egoistica e sovranista, perché rifiuta la solidarietà europea

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Migranti tratti in salvo scattano fotografie al tramonto sul ponte della MV Aquarius a circa 30 miglia al largo della costa libica - 13 maggio 2018 – Credits: LOUISA GOULIAMAKI/AFP/Getty Images

Marco Ventura

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Senza Angela Merkel esisterebbe ancora una idea di Europa? Forse no. E, forse, è la Merkel oggi il miglior alleato, l’unico, dell’Italia.

Forse è proprio il cancelliere tedesco - questa figlia di pastore protestante per 35 anni nella DDR all’ombra del Muro, politicamente cresciuta sotto l’ala protettrice di un grande europeista come Helmut Kohl e da 13 anni al potere in Germania – a cercare con sempre maggiore fatica di conservare nella sua azione di governo, nazionale e europea, una visione continentale.

Tutti gli altri leader, a cominciare da Emmanuel Macron, parlano e (quel ch’è peggio) agiscono accecati dall’inseguimento del consenso popolare e dal mantra di un interesse nazionale declinato al presente, mai al futuro.

Alla Merkel, capo di governo del più potente paese europeo, si rimprovera di non avere il carisma per assumere la leadership di un’Europa che ha un disperato bisogno di unità per affermarsi in un mondo globalizzato.
Ma la cartina di tornasole delle politiche migratorie in Europa mostra che non c’è al momento altro leader con un respiro europeo come il suo. Lei sarà pur convinta che interesse tedesco e interesse europeo coincidano. Ma a prescindere dalle motivazioni del suo europeismo, certe decisioni che ha preso rispondono a una preoccupazione che travalica i confini tedeschi.

Quella per esempio di aprire nel 2015 le porte della Germania a un milione di profughi siriani: colti, laureati, relativamente benestanti nel loro paese di provenienza, alla ricerca di un futuro per i figli. Migranti ben diversi da quelli, più economici che non di guerra o perseguitati politici, che in Libia si consegnano ai trafficanti di esseri umani per i viaggi della speranza (o della morte) verso il miraggio europeo. E tuttavia, migranti.

Quella decisione aveva lasciato intravedere un’Europa capace di gestire, addirittura di approfittare, dei flussi migratori per compensare il calo delle nascite e iniettare nella società europea una dose salutare di intraprendenza e coraggio, con radici in una parte di mondo in cui la lotta per affermarsi è più dura e selettiva che da noi.
Una decisione presa in solitudine, da leader che indica la strada invece di adattarsi alla contingenza e ai sondaggi. Una decisione, per quanto sottoposta a brusche retromarce per le conseguenze di politica interna che ha prodotto, in linea con la dichiarazione di questi giorni in cui la Merkel “rispetta” il fatto che l’Italia sia preoccupata della gestione delle frontiere esterne più che di quelle interne, e insiste per non concedere ai suoi rivali (o rendere difficoltosi) i respingimenti di migranti alla frontiera con l’Austria.

Il compromesso raggiunto con Horst Seehofer, ministro dell’Interno e leader della CDU bavarese che vorrebbe blindare i confini tedeschi, richiede il via libera dell’SPD alleato di governo e intese con l’Austria per la creazione di centri di transito, e con l’Italia perché si riprenda i profughi già registrati.

L’aperturismo della Merkel ha acuito i contrasti dentro il partito cristiano-democratico, in particolare tra la CDU e la sorella bavarese ultra-conservatrice, la CSU, e dato fiato al populismo sovranista in tutta Europa.
Col risultato che oggi è reale il rischio di una regressione con ritorno ai compartimenti stagni, alle frontiere se non alle dogane, all’Europa pre-Schengen in cui non è più scontato passare da un paese all’altro senza controlli.

In caso di fallimento di Schengen, verrebbe meno non solo la percezione di un’identità comune, ma la prospettiva della “cittadinanza europea”. Aprire la frontiera (anche se per richiuderla subito dopo) avrebbe così l’effetto di chiudere le coscienze. Alimentare la paura. Approfondire le ferite.

L’Italia di Salvini e Di Maio, l’Italia oggi maggioritaria, è per la chiusura delle frontiere esterne e per tenere aperte quelle interne. Paradossalmente, all’Italia “populista” conviene oggi essere alleata della Merkel molto più che dell’ungherese Orban e del quartetto di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia) e denunciare la politica di Macron come egoistica e sovranista nel pervicace rifiuto della solidarietà europea. Che non è un concetto etico ma una strategia politica. La Merkel come “amica” dell’Italia e dell’Europa. Macron come la quinta colonna del sovranismo e populismo anti-europeo.

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