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Alitalia, quanti errori con il referendum

La responsabilità della crisi scaricata sui lavoratori e l'incapacità di capire che il mercato è cambiato e che la nazionalizzazione non ci sarà

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Marco Ventura

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Ci sarebbe da chiedersi da dove nasca il "no" dei dipendenti Alitalia al piano presentato dall’azienda come ultima spiaggia prima del fallimento. Al di là delle motivazioni sentimentali e di quella principale, che consiste nel rifiuto di tagliarsi lo stipendio, c’è probabilmente la presunzione di potersi comunque affidare all’intervento dello Stato, quasi che l’Italia oggi potesse liberamente foraggiare un’azienda privata (qual è Alitalia a tutti gli effetti) consentendole di sopravvivere al proprio dissesto in barba alle regole della concorrenza.

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Quello di Gentiloni è l’ennesimo esecutivo italiano a doversi confrontare con i conti in rosso dell’Alitalia, la prospettiva del baratro e della chiusura, e circa 20mila posti di lavoro complessivamente a rischio. Gentiloni ha dovuto chiarire che per la  nazionalizzazione “non ci sono le condizioni”. Già sarà complicato trattare con Bruxelles la possibilità di un prestito transitorio di poche centinaia di milioni di euro. Non è sufficientemente chiaro che i piani di salvataggio non sono mai indolori, e che costano al contribuente italiano (finora in quarant’anni 7,4 miliardi di euro, pari a 185 milioni l’anno, a un ritmo addirittura più sostenuto l’anno scorso).

Il referendum, sbagliato, che condanna l'azienda
Non si capisce anzitutto perché i dipendenti debbano decidere del futuro dell’azienda con un referendum su scelte tecniche di politica industriale. La gestione di un’impresa, per di più in un sistema che non ha nulla di corporativo, appartiene alla proprietà e ai manager. Che dovrebbero pagare con la propria “testa” se falliscono. Il “no” al piano di salvataggio è infatti la condanna a morte per Alitalia. Adesso si apre la strada della (s)vendita o del fallimento. Non quella della nazionalizzazione, vietata dall’Europa e insostenibile per qualsiasi governo.

C’è anche poco da stupirsi che Alitalia possa fallire, anzi è strano che sia riuscita a resistere finora. Troppe ne ha passate. Sono finite o sono state spacchettate e vendute compagnie come Pan Am in America e Swissair, Austrian, Iberia, Klm e Malev in Europa. Sul mercato resistono colossi come Air France e Lufthansa, grazie alla campagna acquisti e alla capacità di adeguarsi alla concorrenza delle compagnie low cost.

Certo, è bello ricordare che cosa abbia significato Alitalia per l’Italia: un vero fiore all’occhiello che tutto il mondo ci invidiava per la cura della bellezza e del design, dalle divise alla cucina di bordo, così come per la manutenzione degli apparecchi, per la grande competenza dei piloti, per l’eleganza dei suoi steward e delle sue hostess. Quel mondo però è finito. Oggi c’è la concorrenza di linee asiatiche extra-lusso, e in basso quella di compagnie a basso prezzo sempre più aggressive. Non solo Ryanair.

Un mondo che non c'è più
Il "no" dei dipendenti Alitalia dimostra l’incapacità di riconoscere che il mondo è cambiato, che la salvezza non può venire dall’intervento dello Stato, che sarebbe perfino ingiusto che lo Stato sborsasse altri milioni per la compagnia di bandiera. E che il mercato va compreso e assecondato. Ai dipendenti di Alitalia si chiedevano sacrifici dolorosi, ma si trattava della loro unica possibilità per non affondare e, forse, perdere definitivamente il lavoro.

Adesso, lo Stato ha una sola possibilità di non darla vinta ai demagoghi, ed è quella di arrendersi all’inesorabile legge del mercato, venire incontro al bene collettivo invece che a quello privato. Con un’attenzione doverosa a chi rischia di perdere il posto, ma anche con la freddezza di chi sa di dover prendere decisioni giuste per quanto dolorose.

Un’ultima notazione: nel mondo globale le rivendicazioni nazionalistiche circa la proprietà nazionale di un marchio di prestigio, financo di quelli che si possono considerare sensibili e strategici, lasciano ormai il tempo che trovano (salvo minime eccezioni). A meno di non restare ancorati a ere geologiche ampiamente superate.

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