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Congedo di paternità: bastano due giorni per accudire un figlio?

Il provvedimento contenuto nella legge di stabilità è soltanto simbolico: in altri paesi europei si può rimanere a casa anche un mese

Daniela Missaglia

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Nel bel mezzo di molte altre variegate disposizioni, la legge di stabilità per il 2016,  torna ad occuparsi del congedo obbligatorio di paternità. Argomento per me molto interessante e strettamente collegato all’affidamento condiviso dei figli minori.

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Ho scritto più volte in difesa di quei padri che rivendicano il loro diritto di occuparsi dei figli tanto quanto le madri, evidenziando come, purtroppo, la legge non consenta una vera e propria "condivisione" della vita dei figli da parte dei papà separati  (quasi sempre genitori "non collocatari").
Ma l’accudimento dei figli anche da parte dei padri, oltre che essere un dovere,  è sempre più fermamente  rivendicato dai padri stessi come un vero e proprio diritto, tanto che ultimamente alcuni tra i Tribunali più avanguardisti sono arrivati a mettere in dubbio il principio secondo cui un bambino in tenera età (diciamo fino ai cinque anni), in caso di separazione dei genitori, debba necessariamente godere delle cure prevalenti della madre.
I figli, anche se piccoli, vanno lasciati ampiamente ai papà, perché affermare che questi non sappiano prendersene cura come le mamme equivale a perpetrare i frutti di un retaggio culturale ormai sorpassato e anacronistico.
Secondo il Tribunale di Milano, ad esempio, “solo esercitando il ruolo genitoriale un genitore matura e affina le proprie competenze genitoriali; il fatto che, al cospetto di una bimba di due anni, un padre non sarebbe in grado di occuparsene, è una conclusionale fondata su un pregiudizio che confina alla diversità (e alla mancanza di uguaglianza) il rapporto che sussiste tra i genitori”.
Permettere ai padri di condividere, nel vero senso della parola, le responsabilità connesse alla nascita di un figlio, significa anche sgravare le madri di tutti quei problemi legati alla conciliazione della vita lavorativa con la maternità, problemi che portano ogni anno migliaia di dimissioni in bianco.
Peccato, però, che la legge non faccia abbastanza per incoraggiare i padri a prendersi cura dei propri pargoli.
Il congedo obbligatorio di paternità, infatti, è stato introdotto con la riforma Fornero solo nel 2012 ed assegnava ai neopapà (in via sperimentale, per il triennio 2013-2015) un solo giorno di astensione obbligatoria dal lavoro, da fruire nei primi cinque mesi di vita del bambino.
Un giorno in cinque mesi. Che dire. Cosa può fare in un sol giorno un neopapà, a parte un brindisi con i parenti? Non certo “maturare e affinare le proprie competenze genitoriali” e nemmeno essere di supporto alla neomamma provata dai drammi del post parto e dalle difficoltà di rientro al lavoro.
La Legge di stabilità dà un piccolo segnale di aver compreso la questione e pertanto, confermando il regime sperimentale anche per il 2016, aumenta il periodo di congedo obbligatorio a ben due giorni, anche consecutivi. Come dire: brinda con i parenti, e il giorno dopo puoi smaltire la sbornia.
I papà più volenterosi avranno sempre la possibilità di richiedere altri due giorni (facoltativi), anch’essi retribuiti al 100%, ma solo a patto che la mamma rinunci ad altrettanti giorni del proprio periodo di astensione obbligatoria e rientri, quindi, due giorni prima sul posto di lavoro.
Ancora una volta, nel confronto con altri Paesi, il nostro porta a casa una grama figura, rivelandosi un pessimo esempio in tema di welfare e parità di genere: senza guardare oltreoceano, nei Paesi scandinavi si arriva fino a un mese di congedo obbligatorio con retribuzione al 100%.
Pertanto, alcune parlamentari hanno annunciato la presentazione di una proposta di legge che porti ad almeno due settimane il congedo obbligatorio, come peraltro prevedrebbe una direttiva europea (del 2010) rimasta lettera morta.
Secondo le ultime statistiche Istat disponibili, in Italia solo il 7% degli uomini ha richiesto di usufruire del congedo parentale facoltativo (quello lungo, con progressiva riduzione dello stipendio) in sostituzione delle compagne.
Il motivo è legato non tanto (e non solo) ai pregiudizi in ordine alle capacità di cura, ma anche dal fatto che lo stipendio del marito è quasi sempre quello più alto della coppia e, quindi, il meno sacrificabile.
Per migliorare le cose, andrebbe previsto un congedo di paternità obbligatorio vero (non simbolico!), più misure a sostegno della genitorialità (voucher nido e babysitting), incentivi al rientro delle madri al lavoro e la diffusione di formule di lavoro agile (il c.d. smartworking) da parte delle aziende.
La Legge Fornero scade a fine anno. Il Parlamento aveva un’occasione per occuparsi seriamente del problema ma, al solito, è stato affrontato all’italiana: con una proroga.
Ai padri, dunque, non resterà che brindare - e basta - alla nascita del piccolo erede.

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