Le carceri e le parole tardive di Napolitano
Le carceri e le parole tardive di Napolitano
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Le carceri e le parole tardive di Napolitano

Amnistia, indulto, depenalizzazione: il capo dello Stato invita il parlamento ad affrontare i nodi del sistema. Ma perché non ne ha parlato prima del termine per la raccolta delle firme per i referendum radicali? Che cosa dicono i referendum del PR

 

Un solo appunto: sulla disastrosa situazione delle carceri italiane (64.835 detenuti al 31 agosto 2013, contro i 47 mila previsti da regolamenti già molto generosi) Giorgio Napolitano avrebbe potuto parlare almeno qualche giorno prima del termine per la raccolta delle firme per il referendum radicale. È così: soltanto oggi arriva il tanto annunciato messaggio del capo dello Stato al Parlamento, e comunque un po’ delude.

Che cosa dice, il presidente della Repubblica? Dice basta alla «condizione umiliante in cui l'Italia viene a porsi dinanzi alla comunità internazionale per violazione dei princìpi sul trattamento umano dei detenuti». Napolitano, insomma, invita il Parlamento a recepire le sollecitazioni della Corte europea dei diritti dell’uomo per riformare il sistema giustizia italiano. Dice sì all'indulto, insomma. E anche all'amnistia. Ma diciamocelo: Napolitano poteva parlare anche prima.

 

«Pongo con la massima determinazione e concretezza una questione scottante» scrive il presidente nella lettera che hanno letto Pietro Grasso al Senato e Laura Boldrini alla Camera. «Parlo della drammatica questione carceraria che va affrontata in tempi stretti. È necessario intervenire nell'immediato con il ricorso a rimedi straordinari». Napolitano cita prima l'indulto e poi l'amnistia. Quindi sottolinea che «la perimetrazione della legge di clemenza rientra nelle esclusive competenze del Parlamento» per quanto attiene a reati particolarmente gravi, per esempio la violenza sulle donne. Ma aggiunge che «l'effetto combinato dei due provvedimenti, un indulto per pene pari a 3 anni, e un'amnistia su reati di non grave entità potrebbe ridurre significativamente la popolazione carceraria e di adempiere tempestivamente alle prescrizioni della comunità europea».

 

Napolitano traccia altre strade perseguibili: vie che da sole non consentono di agire in modo risolutivo, ma che vanno prese in considerazione: cita la messa alla prova, con la possibilità di iniziare subito un percorso di reinserimento; propone «pene limitative della libertà personale non carcerarie»; e la «riduzione dell'area applicativa della custodia cautelare in carcere». Tutte cose giuste e ragionevoli, visto che in Italia oltre il 43% dei detenuti è in attesa di giudizio, contro percentuali medie del 15 nel resto d’Europa.

Il problema è che la giustizia italiana ormai è alla frutta. Soprattutto nelle carceri, una vera vergogna planetaria: ma non soltanto in quelle. E questo mentre il premier Enrico Letta sostiene che «in Italia lo Stato di diritto funziona alla perfezione».

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