Governare con i like

La scelta di mettere Elsa Fornero in copertina? Un modo per essere impopolari in un mondo in cui la popolarità si tinge di superficialità

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Elsa Fornero al Salone Internazionale del libro di Torino, 11 Maggio 2018 – Credits: ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Raffaele Leone

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La Fornero no. Qualche giorno fa, alla riunione di redazione ho detto che mi sarebbe piaciuto mettere in copertina il bersaglio grosso del governo nazionalpopulista e quasi tutti i colleghi volevano dissuadermi. "Fa perdere copie". Era già successo negli anni passati. La Fornero no, "è troppo odiata". In effetti la distruzione della sua riforma delle pensioni è stato uno dei punti di forza che ha fatto vincere Lega e Cinquestelle, uno degli obiettivi principali (con Europae immigrati) della loro campagna elettorale.

Già al nome Elsa, la gente mette mano alla pistola. La gente. La pistola. L'odio. Di che stiamo parlando? Un ministro, per quanto tecnico, riforma un sistema pensionistico che è stato per anni una vergogna gradita a tutti perché permetteva di ritirarsi dal lavoro nel fiore degli anni, consentiva di incassare più di quanto si fosse versato, caricava sulla spalle dei nostri figli uno zaino pieno di pietre da cui non si risolleveranno mai e il problema è il dito di quel ministro e non la luna di quello scempio sociale ed economico?

La riforma è perfettibile, può essere migliorata come già è stato fatto, gli esodati sono stati una ferita, ma la signora in questione si è caricata una responsabilità che nessun partito (vivono di voti e li conquistano per slogan, dunque figuriamoci) voleva caricarsi perché "impopolare". Merita per questo una caccia alla strega come quella che si è scatenata? Gli insulti, le minacce? Quando sento i ragazzi lamentarsi di insegnanti troppo severi, la prima cosa che chiedo è: ma voi avete studiato? Prima studiate, dimostrate di essere preparati e poi casomai criticate nel merito gli eccessi dei prof.

In Italia abbiamo sempre bisogno di uno scalpo da sventolare per eccitare la voglia di sangue, per costruire un nemico su cui scaricare le nostre mancanze, per far partire da lì la nostra rivalsa. Ma i compiti a casa li facciamo? Dunque, la Fornero no. È im-po-po-la-re. Io questa cosa dell'impopolarità non la mando proprio giù. Facile voler essere sempre popolari, seguire sempre quel che la piazza urla e chiede. Mi chiedo: sempre? Siamo sicuri che se una cosa è sbagliata non si debba dire che è sbagliata anche se la dice il popolo?

Oggi l'impopolarità è la vergogna delle vergogne. Anchei nostri figli stanno crescendo con la fissazione dei like sui social e del bisogno di popolarità. "Guarda questa ragazza. È la più popolare della scuola". E la vedi a dodici anni postare foto come mamma l'ha fatta. Ti credo che è popolare. Ricordo quando trent'anni fa ero un cronista a Catania. I vecchi partiti male amministravano la città e si inventarono un volto nuovo e giovane che li tirasse fuori dall'impasse: Enzo Bianco. Sconosciuto ai più, fu il coniglio dal cilindro. Brillante "ragazzo" repubblicano, fece una giunta con tutti dentro, dalla Dc al Pci, invocando il bisogno di novità. Un rottamatore ante litteram, sostenuto dagli stessi partiti da rottamare, uno che disse di voler restituire la città ai cittadini. Semplificando: un po' Renzi, un po' Di Maio-Salvini. Piaceva. E in effetti portò una ventata nuova.

La prima cosa di cui si occupò in una Catania perennemente in crisi, sporca e inefficiente, dove nell'amministrazione pubblica contavano le clientele e nei quartieri i mafiosi, fu la vetrina. Riempì le strade di piante e di fioriere. Fu chiamata la rivoluzione dei ciclamini. Applausi. Una sera mi disse: vieni con me che faccio un blitz notturno anti assenteismo tra i netturbini. Andai. Fu un tripudio, non un blitz. I lavoratori della nettezza urbana scendevano dai mezzi, lo osannavano, applaudivano, gli stringevano le mani, lo incoraggiavano ad andare avanti. I dirigenti gli spiegavano come funzionavano i turni e le mansioni.

Non c'è dubbio: era molto popolare, Enzo Bianco, e se dopo trent'anni (con pause da parlamentare e da ministro Pd) è ancora sindaco e corre alle prossime amministrative per battere ogni record di longevità, i catanesi devono aver apprezzato. Quella sera mi convinsi che si può ridare fiducia anche alla gente più scontenta. Epperò quella prima sindacatura durò poco. Forse si stava allargando troppo, il "ragazzo".

Fu sfiduciato e la Dc per far vedere che anche lei sapeva pescare dalla società civile fece eleggere un avvocato, docente universitario: Guido Ziccone. Uomo grigio, non c'è che dire, molto meno politico, molto meno giovane e molto meno brillante di Bianco. Ma persona onesta e seria. Una sera anche lui mi disse: vieni con me che anch'io voglio fare un blitz notturno anti assenteismo tra i netturbini. Fu un incubo. La tensione si tagliava a fette. I lavoratori non erano dove dovevano essere, i cassonetti non erano stati svuotati, Ziccone buttava giù dal letto i dirigenti per chiedere conto e ragione, i mezzi arrivavano di corsa dai depositi. Io mi mimetizzavo tra gli addetti e i commenti erano rabbiosi. Se non fosse stato il sindaco, sarebbe tornato a casa conciato per le feste.

Bianco non se ne abbia a male, il mio è soltanto un esempio su popolarità/impopolarità. Non so se il suo blitz fu annunciato perché diventasse un bagno di folla, quello di Ziccone sicuramente non lo fu. Erano passati pochi mesi da un episodio all'altroe il dubbio miè rimasto. Insieme a una certezza che non mi ha più abbandonato: se necessario, si deve essere amministratori impopolari anche quando si governa il popolo. E ci vuole coraggio. L'impopolarità non può condannare all'emarginazione e al dileggio. Così di fronte al "Fornero no", ho ripensato al "Ziccone no" di quella notte. E ho fatto la copertina.

raffaele.leone@mondadori.it

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