Ora Kerry apre a Teheran
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Ora Kerry apre a Teheran
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Ora Kerry apre a Teheran

Dopo la sconfitta del 2004 la sua strada sembrava in salita ma si è seduto al tavolo con gli iraniani e ora lancia il piano per i due Stati in Palestina che fa infuriare Israele

Le occasionali intemerate dei falchi israeliani sono miele per le orecchie del segretario di Stato americano, John Kerry. Se il suo progetto per riavviare il processo di pace fra Israele e Palestina fosse totalmente privo di fondamento, un’eventualità non infrequente nella dinamica politica della regione, non ci sarebbe bisogno di agitarsi tanto, né di accusare l’ex senatore e candidato presidenziale di essere una figura messianica, uno ossessionato dalla pace, come ha fatto il ministro della Difesa israeliano, Moshe Yaalon, subito rimbrottato dalla Casa Bianca e costretto a riparare con scuse formali.

Fonti diplomatiche dicono che entro la fine del mese Kerry presenterà dalla Giordania l’accordo di massima per procedere sulla strada della «soluzione a due Stati», un accordo ciclicamente invocato e sempre disatteso. «Questa volta è diverso» è il messaggio che discretamente fa passare l’entourage di Foggy Bottom, il quartiere di Washington dove ha sede il dipartimento di Stato. Un messaggio in contrasto con la versione che circola fra i diplomatici dell’area: sarà un accordo abbastanza vago perché ognuno ci possa leggere un po’ ciò che vuole, una bolla di entusiasmo destinata a scoppiare non appena la discussione passerà dagli intenti ai dettagli.

Confini, sicurezza, insediamenti, accesso alle risorse, spartizione di Gerusalemme: gli ostacoli sono gli stessi che hanno fatto stramazzare il primo tentativo di accordo sotto l’amministrazione di Barack Obama. Quel che importa a Kerry, alla vigilia della sua undicesima visita nella zona, è cavalcare quello che gli americani chiamano il «momentum», l’inerzia favorevole, il vento politico che soffia dalla sua parte da quando gli è riuscito di convincere diversi attori sulla scena a prendere sul serio questo ennesimo tentativo. Da diversi mesi l’immagine del segretario di Stato si confonde con quella dell’inviato speciale per il conflitto israelo-palestinese. Kerry sta investendo tutte le sue energie su un dossier che è tornato in cima agli interessi della Casa Bianca dopo il doloroso naufragio del 2010, esito di un’operazione diplomatica troppo fragile e pasticciata per dare frutti. Anche il negoziato nucleare con l’Iran, gestito nella sostanza dalla Casa Bianca, secondo lo stile accentratore di Barack Obama, è parte integrante dell’operazione su cui Kerry s’è gettato a corpo morto. Anche se le tensioni non sono finite. Vedere il presidente dell’Iran, Hasan Rohani, proclamare via Twitter che l’America si è «arresa» alle condizioni degli ayatollah ha indispettito gli israeliani e lo stesso Kerry ha poi rimarcato le distanze escludendo Teheran dai negoziati di pace svizzeri sulla Siria.

Gli scambi di freddezze fra Netanyahu e Obama sono parte di una telenovela diplomatica andata in onda per anni fra lunghe ore di anticamera e battute fuori onda. Per ricostruire la relazione con Netanyahu, Kerry ha lavorato al fianco destro del primo ministro, facendo pressione su falchi come il ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman, leader ruvido dal quale Hillary Clinton girava alla larga per non compromettersi, e i partiti ultraortodossi che garantiscono il (fragile) equilibrio del governo di Netanyahu. Lieberman, politico in cerca di una nuova verginità, ora elogia pubblicamente gli sforzi di Kerry, dicendo che la regione non è mai stata così vicina alla pace. Anche gli ortodossi appaiono possibilisti. Secondo i calcoli dell’Economist, all’inizio del 2013 la soluzione a due stati era in leggera minoranza alla Knesset, mentre ora 85 parlamentari su 120 dichiarano di essere favorevoli. È con la forza di questi numeri che Kerry spera di portare Netanyahu e il palestinese Abu Mazen al tavolo delle trattative e di affermarsi come uomo della pace, diplomatico efficace dopo una stagione sotto la guida di un segretario che ha viaggiato molto e combinato poco. La «legacy» di Hillary è costellata di visite e photo opportunity fatte a ritmo forsennato, ma quando si passa alla colonna degli obiettivi raggiunti non si trova poi molto. La Clinton non si è dedicata ad alcun dossier specifico con un’insistenza simile a quella che Kerry sta mettendo sul processo di pace. Concentrarsi su un fronte soltanto è il modo per portare a casa un risultato e non passare alla storia soltanto come «quello- che-ha-sostituito-Hillary», titolo non certo lusinghiero per un politico che compare nella lista dei traditori che l’ex first lady ha compilato nel 2008, prima di essere sconfitta alle primarie democratiche da Obama.

Probabilmente la lista le tornerà utile nel 2016 e a quel punto sarà interessante vedere se la reputazione di Kerry avrà fatto un salto in avanti. Per il segretario è anche questione di vocazione e senso del riscatto. Tutti sanno che nei sogni dello sconfitto di un’elezione presidenziale che sembrava impossibile da perdere c’è sempre stata Foggy Bottom. La guida della macchina diplomatica verso il processo di pace è la grande occasione della sua lunga carriera, momento decisivo in cui questo «ossessionato dalla pace» ha l’occasione di fare il grande passo dalle parole ai fatti, in barba ai nemici e alle loro liste.

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