Papa Francesco, tra pace, guerra e la storia
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Papa Francesco, tra pace, guerra e la storia
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Papa Francesco, tra pace, guerra e la storia

Nel passato numerosi esempi innumerevoli di comunità cristiane in armi. Il pacifismo assoluto non appartiene alla tradizione della Chiesa - L'analisi

Il Papa buono che diventa "cattivo" e accetta la "guerra giusta" sarà pure una ghiotta boutade per certa stampa, ma è una notizia che non sta né in cielo né in terra. Non sono un "vaticanista", ma ci vuol poco per capire che il "pacifismo assoluto" non appartiene alla tradizione della Chiesa, né al magistero dei Pontefici. Massimo de Leonardis, direttore del dipartimento di Scienze politiche dell’Università Cattolica di Milano, in un commento di qualche tempo fa su “ilgiudiziocattolico.com” illustra i precedenti e dimostra che mai la Chiesa è stata "pacifista".

In visita alla città militare della Cecchignola a Roma il 2 aprile 1989, Giovanni Paolo II ricordava di essere figlio di un militare (un ufficiale austro-ungarico) e che le parole che si pronunciano a messa prima della Comunione ("Signore, non son degno…") sono quelle di un centurione romano, Cafarnao, mentre il primo convertito per influsso dello Spirito Santo fu un altro centurione, Cornelio. In occasione del Giubileo, Papa Wojtyla definì i militari "ministri della sicurezza e della libertà dei popoli", che concorrono "alla stabilità della pace" anche attraverso "iniziative concrete per disarmare l’aggressore".

Agli inizi del ‘900, Pio IX elogiò il coraggio dei polacchi in difesa della cristianità. Perfino le Crociate hanno avuto "un fine quanto mai nobile ed elevato!".

Pio XI, nel mezzo della guerra civile spagnola, impartì la benedizione "a quanti si sono assunto il difficile e pericoloso compito di difendere e restaurare i diritti e l’onore di Dio e della Religione". E per Pio XII, la Chiesa "diffida di ogni propaganda pacifista nella quale si abusa della parola di pace per dissimulare scopi inconfessati". La storia fornisce esempi innumerevoli di comunità cristiane in armi. Quanto avviene da mesi, da anni, in Africa e Medio Oriente, rientra in un ricorrente copione di guerre e persecuzioni.

Nel suo discorso in Normandia il 4 giugno 2004, il cardinale Ratzinger definì la guerra degli Alleati "bellum iustum", perché operavano "anche per il bene di coloro contro il cui Paese era condotta la guerra". Francesco dice qualcosa di simile riguardo al tutelare, fermando l’aggressore, il suo stesso diritto a essere fermato per non fargli "fare del male". Si tutela un potenziale assassino impedendogli di uccidere. Il che, aggiungeva l’allora cardinal Ratzinger, "mostra sulla base di un evento storico l’insostenibilità di un pacifismo assoluto". Il 1° aprile 2005, a Subiaco, ancora Ratzinger paragonava il pacifismo estremo all' "anarchia" per la quale "i fondamenti della libertà si sono persi". Di più. Questo pacifismo può deviare verso un "anarchismo distruttivo e verso il terrorismo". La pace non è assenza di conflitti armati, è invece"“inseparabilmente connessa" a diritto e giustizia.

C’è da stupirsi se nel dicembre 1992, in un’Europa devastata dalle guerre jugoslave, e dalle bonifiche e dagli stupri etnici, Giovanni Paolo II abbia sostenuto addirittura la "obbligatorietà dell’intervento umanitario" laddove sia gravemente compromessa "la sopravvivenza di popoli e gruppi etnici interi"? Intervenire può diventare "un dovere per le nazioni e la comunità internazionale". Un dovere che nasce dalla perdita di un diritto, il "diritto all’indifferenza".

È qualcosa di più di quanto dice Francesco ("Dove c’è un’aggressione ingiusta, è lecito fermare l’aggressore ingiusto"), perché la liceità è meno del dovere. Ancora Francesco: "Sottolineo il verbo: fermare. Non dico bombardare o fare la guerra, dico fermare. I mezzi con i quali si possono fermare (gli aggressori) dovranno essere valutati". No, perciò, alle "guerre di conquista". E non è "una sola nazione" a poter "giudicare come si ferma un aggressore ingiusto". Ci vuole un’entità sovranazionale.

Già sant’Agostino aveva legittimato "l’omicidio in guerra". De Leonardis cita il gesuita padre Angelo Brucculeri che a metà ‘900 identificava le cinque condizioni in base alle quali una guerra “può essere permessa e avere un suo valore etico”. Nell’ordine: "auctoritas principis" (quale sarebbe una decisione dell’ONU), "iusta causa" (giusta causa), "ultima ratio" (tutte le vie diplomatiche fallite), "intentio recta" (no a guerre di conquista, sì a "fare il bene per schivare il male", direbbe San Tommaso), e per finire "iustus modus" (proporzionato uso della forza contro i militari nemici).

Quindi nessuna svolta da parte di Francesco. I vescovi in Iraq, incalzati dai tagliagole islamisti dall’IS e impegnati a sostenere il loro popolo di fedeli,  anzi il loro popolo più altre minoranze, non hanno fatto altro, chiedendo di essere armati e difesi, che ripetere l’appello pronunciato da tanti coraggiosi predecessori nei secoli (inclusi i vescovi croati durante l’offensiva serbo-ortodossa degli anni ‘90). Il punto, semmai, è che la "guerra giusta" non va fatta soltanto per proteggere le comunità cristiane, ma in generale per tutte le minoranze perseguitate, minacciate, massacrate. Pure yazide e islamiche se necessario. Francesco: "Quanto alle minoranze, mi parlano dei cristiani che soffrono, dei martiri, ed è vero, ci sono tanti martiri. Ma qui ci sono uomini e donne, minoranze religiose non tutte cristiane, e tutte sono uguali davanti a Dio. Fermare l’aggressore ingiusto è un diritto che l’umanità ha".

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