Cronaca

Giustizia: basta con questo Csm da riformare

L’oscena guerra per la nomina del successore del procuratore di Roma mostra che il sistema correntizio è corrotto e irriformabile

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Maurizio Tortorella

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La guerra per la nomina del successore di Giuseppe Pignatone, il procuratore di Roma andato in pensione lo scorso 8 maggio, sta devastando l’ultimo vero potere politico rimasto in Italia: la giustizia.

I concorrenti per la poltrona di Pignatone all’inizio erano addirittura 13. Ma da metà maggio i giochi si sono concentrati sui due nomi di Franco Lo Voi e di Marcello Viola, rispettivamente procuratore di Palermo e procuratore generale a Firenze ed entrambi appartenenti alla corrente di maggioranza relativa, Magistratura indipendente.

Il problema è che la contesa da qualche giorno scatena la rissa delle correnti in seno al Consiglio superiore della magistratura, con dossieraggi incrociati e perfino inchieste giudiziarie. Uno spettacolo di giochi di potere violento e sconcertante.

Sembrava che Lo Voi dovesse prevalere, perché sul suo nome convergeva anche la corrente più di sinistra, Area. Prima di arrivare al plenum, però, le candidature per ogni ufficio direttivo devono passare per il vaglio della quinta commissione del Csm. E qui il 23 maggio è successo il patatrac, perché per Lo Voi ha votato solo Mario Suriano, membro togato di Area, mentre per Viola hanno votato in quattro: Antonio Lepre (membro togato di Magistratura indipendente, il gruppo di maggioranza relativa dei magistrati), Piercamillo Davigo (della corrente “grillina” di Autonomie a Indipendenza, che lui stesso ha fondato), Emanuele Basile (membro laico della Lega) e Fulvio Giglioti (un altro laico, del Movimento 5 stelle)

È a quel punto che si è scatenato l’inferno. La lobby giornalistica della sinistra ha attaccato Viola. Sono partiti i dossier. Un ex membro del Csm a lui vicino, il magistrato romano Luca Palamara, che è uno dei leader della corrente di Unità per la costituzione e ora viene descritto dai giornali come grande manovratore di voti in seno al Csm, è finito indagato con l’accusa di avere accettato denaro per favorire nomine quando sedeva nel consiglio.
Si è aperto un verminaio di accuse incrociate e confuse, e a leggere le cronache pare che il più pulito dei protagonisti abbia la rogna. L’effetto complessivo è disastroso per l’immagine della magistratura e della giustizia. Le toghe cadono come birilli, e spesso nella polvere finiscono presunti o celebrati campioni del moralismo giudiziario. Nel 2008, per fare un solo esempio, Palamara era stato nominato presidente dell’Associazione nazionale magistrati, il sindacato dei magistrati, al posto di Simone Luerti, costretto a lasciare quel posto per le polemiche feroci causate dalla notizia di un incontro che Luerti aveva avuto con l'imprenditore calabrese Antonio Saladino, allora coinvolto nell'inchiesta Why Not, e con l'ex guardasigilli Clemente Mastella (anni dopo, peraltro, Saladino e Mastella sono stati assolti con formula pena).

Difficile dire come andrà a finire, quasi inutile sapere chi sia nel torto e chi nella ragione. Para noi, garantisti, oggi pare ragionevole solo sospendere il giudizio sulle responsabilità individuali, penali o comportamentali, in attesa almeno di qualche sentenza. Ma poi sarà fatta davvero giustizia? C’è davvero da fidarsi, delle toghe che giudicheranno questo guazzabuglio? Decisioni, assoluzioni e condanne saranno sincere e oneste oppure saranno inquinate da giochi di corrente? E quante altre volte accadrà che decisioni, assoluzioni e condanne saranno invece condizionate dai giochi di corrente e dagli interessi di questa e di quella parte?

Questo è il vero dramma che va in scena con l’ultima guerra sulla Procura di Roma. Che la giustizia esce dal calderone del Csm come una larva di zanzara emerge da uno stagno: sembra un piccolo vampiro evanescente, un macabro ectoplasma. È il simbolo della vergognosa decadenza di un Csm che sempre più viene trasformato in osceno mercato delle vacche. Dove interessi di parte, scambi di potere, traffici illeciti e favori inconfessabili si barattano senza che nella politica a ogni livello ci sia chi trovi il coraggio di bloccare questa sconcezza collettiva.

Oggi si può ben dire, purtroppo retroattivamente, quanta ragione avesse il centrodestra berlusconiano quando, nel 2004, cercò inutilmente di ridimensionare il Csm nell'assegnazione, nel trasferimento e nella promozione dei magistrati. Il tentativo, sacrosanto, venne bloccato dalla sinistra giudiziaria collegata alla sinistra politica, che ottennero il no del presidente Carlo Azeglio Ciampi. Per quanto celebratissimo sia stato l’uomo, il suo fu un errore fatale.

POST SCRIPTUM

Più volte Panorama ha scritto quanto sia moralistica la logica del “traffico illecito di influenze”, un tipico reato di derivazione (e deriva) grillina divenuto l’articolo 346 bis del nostro Codice penale nel novembre 2012 grazie - ahinoi! - al voto demenzialmente inconsapevole di tutti i gruppi parlamentari (la Camera votò con 480 deputati a favore, appena 19 eroi dissero No, e altri 25 si astennero).

Vogliamo leggerne insieme il testo? Perché è utile e istruttivo: “Chiunque (…) sfruttando relazioni esistenti con un pubblico ufficiale o con un incaricato di un pubblico servizio, indebitamente fa dare o promettere, a sé o ad altri, denaro o altro vantaggio patrimoniale come prezzo della propria mediazione illecita (…) ovvero per remunerarlo, in relazione al compimento di un atto contrario ai doveri di ufficio o all'omissione o al ritardo di un atto del suo ufficio, è punito con la reclusione da uno a tre anni”.

Questo reato fastidiosamente moralistico, il traffico d’influenze, finora è stato contestato a politici e ministri, a sindaci e assessori regionali. I magistrati, soprattutto quelli poco garantisti, ne hanno fatto il tipico strumento di devastazione della politica, contestandole accordi (spesso legittimi), e scambi di potere, e intese incrociate. Esattamente quel che poi gli stessi magistrati fanno (del tutto illegittimamente) nelle stanze oscure del Csm.

Ma da un male potrebbe venire fuori un bene, perché forse l’art. 346 bis potrebbe essere usato per arginare il comitato d’affari giudiziario, l’idra che da troppo tempo avvolge nelle sue spire il Consiglio superiore della magistratura. Ci pensi, qualche magistrato. Da qualche parte ce ne sarà pure uno senza corrente, no?

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