Gabanellismo e giustizialismo

Milena Gabanelli e Antonio Sangermano. Due concezioni opposte del corretto rapporto tra politica e giustizia. Al centro la legge Severino

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Silvio Berlusconi al meeting dei leader del Partito popolare europeo, Bruxelles, 14 dicembre 2017 – Credits: EPA/JULIEN WARNAND

Maurizio Tortorella

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Su due quotidiani di mercoledì 20 febbraio 2018, si scontrano due opposte concezioni del corretto rapporto tra politica e giustizia. È una disputa interessante, e vale la pena di analizzarla.

Da una parte c’è Milena Gabanelli, che sul Corriere della sera, sdegnata, suggerisce ai partiti di non candidare alle prossime politiche nessun personaggio che abbia subito una condanna, anche soltanto in primo grado. Gabanelli riconosce che la controversa Legge Severino (controversa perché notoriamente la Costituzione prescrive che nessuno possa essere definito colpevole prima di una condanna definitiva) fa una distinzione tra eletti negli enti locali e nel Parlamento: i primi non possono essere eletti e decadono anche soltanto per una condanna in primo grado; mentre la Legge Severino stabilisce che non ci si possa candidare alla Camera e al Senato (e che si decade dalla carica) se si è condannati in via definitiva a più di due anni di reclusione.

Il punto è che oggi Gabanelli, con tono ispirato e con moralismo tetragono, si dice convinta che la politica farebbe bene ad applicare anche al Parlamento la regola restrittiva riservata a Regioni e Comuni (detto fra noi, a quel punto dell’articolo la giornalista propone anche un elenco di casi lievemente sbilanciato e tendenzioso, perché i nomi dei candidati-condannati appartengono esclusivamente al centrodestra…).

È evidente che Gabanelli apprezza tanto la Legge Severino da non porsi minimamente il problema della sua legittimità costituzionale. Men che meno si pone un dubbio sul fatto che una norma siffatta abbia escluso dalla vita politica, retroattivamente, il leader del centrodestra Silvio Berlusconi.

Per Gabanelli, la Legge Severino è dogma perfetto: è per questo che la politica dovrebbe applicarla non soltanto retroattivamente, ma perfino più severamente (verrebbe da dire: “severinamente”)  di quel che la norma stessa prescrive.

Una posizione opposta esce invece oggi dalle pagine del Foglio. Che dà voce ad Antonio Sangermano, oggi procuratore per i minori a Firenze, ma passato a quel che un tempo veniva descritto come “l’onore delle cronache” per essere stato il pubblico ministero del Rubygate accanto a Ilda Boccassini.

Che cosa dice oggi Sangermano? Ne dice tante, per carità, e sono tutte condivisibili. Ma il magistrato afferma, soprattutto, che la legge Severino “produce effetti penali, e in base alla Costituzione non può essere applicata retroattivamente”. Ohibò: quindi l’ex pm del processo Ruby, lo stesso che pochi anni fa voleva spedire il Cavaliere in galera, oggi sostiene che la Legge Severino non andava applicata a Berlusconi?

La risposta di Sangermano è forte: “Dico, senza remore, che il dottor Berlusconi ha diritto di partecipare al gioco democratico. È un leader scelto dal popolo, spetta agli elettori decidere il suo destino politico”. E aggiunge: È stato presidente del Consiglio, deve essere giudicato dai cittadini attraverso le elezioni”.

È esattamente il diritto che Berlusconi dalla fine del 2013 chiede alla Corte europea dei diritti dell’uomo. La corte di Strasburgo, e ormai sono trascorsi oltre quattro anni, non ha ancora risposto.

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