Concorso esterno in associazione mafiosa: il reato che "non c'è"

La sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo su Bruno Contrada riapre la questione sul reato formulato solo su un "combinato disposto"

bruno contrada

Bruno Contrada il giorno in cui venne rilasciato dal carcere: era il 10 ottobre 2012 – Credits: Ansa

Maurizio Tortorella

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È da 30 anni che l’Italia si divide sul «concorso esterno in associazione mafiosa», il reato che non esiste. Non esiste perché nel Codice penale ci sono soltanto l’art. 416 bis, associazione mafiosa, e l'art. 110, concorso nel reato.

Abbinandoli tra loro, con quello che i tecnici del diritto chiamano «combinato disposto», alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso la giurisprudenza ha creato e via via definito la figura criminosa del concorso esterno mafioso. Ma è sempre mancato il passaggio legislativo, democratico e chiarificatore, l’unico che avrebbe potuto stabilire tassativamente che cosa s’intenda per quel reato. Che così continua a non esistere.

Già nel 1987 Giovanni Falcone, alla fine del maxiprocesso ter a Cosa nostra, sottolineava la necessità di una «tipizzazione» capace di reprimere le condotte grigie che indicava come "fiancheggiamento, collusione, contiguità". I magistrati però hanno continuato a fare un uso pieno e disinvolto del reato-che-non-esiste.

Spesso nei confronti di politici di primissimo piano (da Giulio Andreotti a Giacomo Mancini, da Silvio Berlusconi a Calogero Mannino, da Marcello Dell’Utri a Renato Schifani…), suscitando ogni volta il dubbio che proprio l’ambiguità della formulazione fosse funzionale a un uso di parte.

Malgrado le infinite polemiche, il Parlamento non ha mai fatto nulla. È vero che nel corso degli anni alcuni deputati e senatori, di destra e di sinistra, hanno presentato specifiche proposte di legge. Ma nessuna ha mai visto nemmeno l’avvio di un iter di approvazione.

La lacuna è grave e oggi è resa ancora più evidente dalla sentenza con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo, il 14 aprile, ha stabilito che l’ex superpoliziotto Bruno Contrada, condannato nel 2007 per concorso esterno, non meritasse quel trattamento in quanto all’epoca dei fatti che gli furono contestati, tra 1979 e 1988, il reato non era «sufficientemente chiaro».

Secondo la Cedu lo sarebbe divenuto soltanto dopo una famosa sentenza della Cassazione, pronunciata a sezioni unite il 5 ottobre 1994 (altre due sono venute dopo, nel 2002 e nel 2005, con qualche contraddizione), che per prima ha stabilito una prima tipizzazione coerente.

Questo, è evidente, apre la strada a una nuova richiesta di revisione del processo per Contrada (i suoi avvocati ne hanno già tentate tre) e invita molti altri a fare ricorso a Strasburgo: a partire da Dell’Utri, condannato a 7 anni di carcere e recluso dal giugno 2014 per reati risalenti al periodo 1974-1992.

Certo, i tempi della giustizia europea sono lunghi: il ricorso di Contrada era stato presentato nel luglio 2008 e iscritto a ruolo nel 2013. Per avere giustizia gli sono serviti quasi sette anni.

Intanto la politica, che dovrebbe colmare la lacuna, continua a tacere. E anche quando non tace viene zittita malamente dalla magistratura sindacalizzata, che evidentemente ha interesse a conservare le mani libere.

Nel giugno 2001 Giuliano Pisapia, allora deputato di Rifondazione, aveva presentato una proposta che introduceva nel Codice un art. 378 bis, che puniva con una pena da tre a cinque anni chi "favorisce consapevolmente con la sua condotta un’associazione di tipo mafioso o ne agevola in modo occasionale l’attività". Semplice, efficace, pulita. E ovviamente azzoppata.

È stata ripresentata tale e quale nella scorsa legislatura da tre deputati di Forza Italia: ancora una volta, nulla. Nel marzo 2013 ci ha riprovato Luigi Compagna, senatore di centrodestra, riducendo la previsione di pena da uno a cinque anni. Ma il presidente Pietro Grasso, ex procuratore nazionale antimafia, ha dichiarato che quella proposta era "una vergogna" e "una fuga in avanti inopportuna". È stata ritirata.

 

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