Abbiamo un Governo, grazie
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Abbiamo un Governo, grazie

Enrico Letta può davvero essere l'inizio di una nuova politica. Grazie a lui, a Napolitano, a Berlusconi ed a Beppe Grillo - lo speciale sul governo Letta -

Sia chiaro che questo non è il governo dell’inciucio ma “un governo di servizio”, come lo ha definito il premier incaricato, Enrico Letta. E per questo governo di servizio, politico, destinato a durare (al limite anche tutta la legislatura) bisogna ringraziare il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il leader del Pdl, Silvio Berlusconi, il capo del M5S, Beppe Grillo e, naturalmente, Enrico Letta, emerso per miracolo dalla catastrofe e dal caos del Pd.

Anzitutto, è un governo più che presentabile. Un’età media dei ministri di 12 anni inferiore a quella del Governo Monti, con una rilevante presenza femminile e un mix di politici, tecnici e politici tecnici (o tecnici politici). Il ricambio generazionale accompagnato a un forte segnale di genere. Non figure chiacchierate ma volti relativamente nuovi e competenze specifiche.

Alcune punte di assoluto valore, come la Bonino agli Esteri e Saccomanni all’Economia, ma anche Moavero alle Politiche comunitarie, la Cancellieri alla Giustizia e una delegazione del Pdl capitanata da un vice-premier che è anche il segretario del partito, Angelino Alfano, all’Interno, di 4 anni più giovane del pur giovane Letta, e personalità radicate nei movimenti come Lupi alle Infrastrutture e giovani donne piene di entusiasmo e finalmente non irretite nella trappola dei livori e delle contrapposizioni ideologiche come Nunzia De Girolamo e Beatrice Lorenzin. Per Scelta Civica, Mario Mauro, neo-ministro della Difesa, ha alle spalle una lunga e intensa attività di euro-parlamentare e una base elettorale reale (ciellina come Lupi).

A parte la prevedibile opposizione vendoliana, parlamentari del Pd come Civati protestano per la sparizione della sinistra e, da sinistra, manifestano un franco dissenso (ben diverso da quello dei franchi tiratori). Le stesse cose, ma da destra, le sostiene Storace. Bene così.

Non si può definire democristiano un governo con la Bonino agli Esteri. È un esecutivo di servizio e forse anche molto di più (lo vedremo), di cambiamento, come Pier Luigi Bersani aveva battezzato impropriamente il proprio miraggio di alleanza del Pd con i 5 Stelle no-tav fautori della “decrescita felice”.

Grazie quindi al presidente Napolitano, che nel discorso di re-investitura ha lanciato una doppia minaccia attraverso una frase volutamente ambigua e ambivalente con la quale prometteva, se le forze politiche fossero state ancora sorde e inconcludenti e non avessero collaborato, di trarne le conseguenze davanti al paese: la minaccia di dimettersi, contro il Pdl che avrebbe nuovamente rischiato un accordo Pd-M5S e un capo dello Stato di parte; e l’altra minaccia, quella di sciogliere le Camere, contro un Pd miseramente crollato nei sondaggi e in cammino verso una inevitabile sconfitta elettorale.

Grazie anche a Silvio Berlusconi, che non ha commesso errori e fin dal giorno dopo il voto ha sposato la linea della responsabilità e del governo di larghe intese che vediamo (quasi) realizzato. E che non ha spinto alla fine per la rottura e per elezioni anticipate dalle quali sarebbe uscito vincitore.

Grazie a Beppe Grillo. Certo, perché quel 25% di voti grillini ha dato vita a una rappresentanza parlamentare del MoVimento che ha costretto i partiti a rottamare i vecchi volti, a puntare sui giovani e superare antichi conflitti e pregiudizi reciproci e, probabilmente, varare un programma di governo che comprenderà le riforme della politica e delle istituzioni.

Grazie, poi, a Beppe Grillo per aver tenuto fermo alla propria irriducibilità e mantenuto unito il gruppone dei 5 Stelle con la sua palese incapacità di fare politica nelle istituzioni. Grillo ha indotto il Pd a implodere.

E grazie a Enrico Letta, che ha fatto ciò che Bersani si ostinava a non voler neppure tentare: un governo riformista di responsabilità nazionale.

Tra i pochi nei, la filosofia che sta dietro alla scelta di una donna di colore come ministro dell’Integrazione, e di una campionessa olimpionica come ministro dello Sport e del Turismo. Scelte banalmente didascaliche. Avrei voluto vedere una donna di colore in un dicastero più importante. Giusto per l’efficacia e concretezza dei segnali da mandare.

Buon lavoro a Enrico Letta, che ha meritato in pieno quest’opportunità, che ha dimostrato da questi primi passi come premier incaricato di sapersi muovere con ben maggiore abilità e autorevolezza di Bersani, e che non da ieri lavora per un vero ricambio generazionale in questo paese che è (era?) “per vecchi” (con tutto il rispetto per gli ultracinquantenni come me).

Forse la morale, alla fine della fiera, è che con grande fatica e contro molti ostacoli e, ancora, nemici, cambiare si può. Perfino in Italia.
 

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