Il grande gioco sullo scacchiere mediorientale

La soluzione al conflitto passa per una scelta coraggiosa, capace di mettere in discussione confini e forme di stato. E va pensata adesso

Turchia

Al confine tra Turchia e Siria: sono 40 i tank mobilitati dalla Mezza Luna – Credits: Carsten Koall/Getty Images

Luciano Tirinnanzi

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Per Lookout news

La guerra in Medio Oriente è sempre più internazionale. L’intervento degli americani e il possibile ingaggio della Turchia (che mirerebbe a creare una zona cuscinetto al confine con la Siria, ndr), pongono un serio problema di destabilizzazione di lunga durata in Medio Oriente. Questo sia che lo Stato Islamico esca vincitore o sconfitto dalla guerra. Se gli americani vinceranno - e vorranno vincere davvero - la campagna iracheno-siriana, questo non garantirà comunque né la pace né la stabilità nella regione ed è un’analisi che sentiamo di poter dare sin da ora. Vari sono i motivi che portano a ritenerlo.

Intanto, l’approccio occidentale alla soluzione dei problemi del Medio Oriente è sempre lo stesso, sempre sbagliato. La presunzione di poter calare dall’alto non solo le bombe ma anche le soluzioni politiche non ha mai portato ai risultati sperati. E, in questa situazione specifica, si può essere ancor più scettici, poiché il metodo scelto dalla Casa Bianca per la gestione del conflitto presente è sintetizzabile nello “step by step”. Ma fare un passo dopo l’altro, adattandosi alle situazioni contingenti, non è una strategia. È, anzi, la sua negazione. 

 

L’approccio sbagliato degli USA
Anche stavolta, si è partiti per la guerra senza un’idea del dopo. Come se non bastasse, gli Stati Uniti - sono le parole del presidente Barack Obama - hanno “sottovalutato” la situazione e il numero delle forze in campo. Il che già ci racconta che entro la fine del 2015 non vedremo quasi certamente la pace.

 Non solo, le amministrazioni americane tendono a imporre all’estero un modello di governance sbagliato. Non in assoluto, ma sicuramente inadeguato per il Medio Oriente, che non è adatto all’impianto democratico che ben descrisse Tocqueville. Né il mondo musulmano sa bene che farsene della ripartizione dei poteri di Montesquieu. Il che ci porta alla conclusione che, prima di agire con ancor più violenza in Iraq e Siria, è opportuno meditare su quale forma di Stato possa davvero attecchire in quest’area e quale si adatti meglio alle popolazioni che l’abitano.

È indispensabile iniziare a pensarci adesso, però, e non a guerra finita. E si dev’essere consapevoli che scendere in guerra oggi si può solo se accettiamo il fatto che è impossibile tornare allo status quo ante. Le frontiere disegnate da Francia e Regno Unito non rispettando le divisioni settarie ed etniche della regione mediorientale, hanno retto fintanto che in quegli Stati le autocrazie sono rimaste al potere. Abbattute quelle, sono saltate le garanzie di pace e di stabilità, per la semplice ragione che le frontiere innaturali e il sistema democratico all’occidentale, non possono resistere dove l’Occidente non c’è.

Il potere politico e religioso
La campagna per l’instaurazione del Califfato Islamico pone oggi l’Islam intero e i suoi rappresentanti politici, di fronte al grande dilemma su come conciliare il potere temporale con il potere spirituale. Non è una suggestione affermare che questo conflitto corrisponda alla “Guerra dei Trent’anni” che nel XVII secolo oppose in Europa cattolici e protestanti. Una guerra fratricida che si concluse solo con la pace di Westfalia e la nascita degli Stati moderni, da cui poté fiorire poi un’economia mercantile che getterà i semi per il successivo sviluppo del capitalismo.

 In Medio Oriente siamo a quel momento della storia. L’Islam sunnita taccia di apostasia chi non si conforma alla “Sunna”, la tradizione coranica che si rifà direttamente al profeta Maometto. E su questo impianto, si regge la giustificazione teologica e della lotta per il potere da parte dei sunniti, cui è bene ricordare appartiene quasi il 70% dell’intera popolazione musulmana mondiale.

 Al contrario, se vogliamo soffermarci sul Medio Oriente, gli sciiti sono al comando in quel che resta di Siria (dove governa la fazione degli alawiti) e Iraq, in Iran e in quella parte del Libano dove domina il partito armato Hezbollah. All’interno di queste realtà, vi sono numerosi sottoinsiemi e fazioni che dividono questi stessi popoli. Si prendano ad esempio il wahabismo e il salafismo, che insieme formano l’ala oltranzista del sunnismo cui fanno riferimento gli appartenenti allo Stato Islamico.

 Questo è uno scontro di civiltà che non garantisce un rasserenamento delle posizioni e che costringerà a una lunga guerra - che speriamo non duri altri trent’anni - le popolazioni della Mezzaluna Fertile.

Il futuro assetto politico-istituzionale
I partiti islamisti in questi anni hanno accresciuto il proprio potere in tutto il Nord Africa, e ciò è particolarmente evidente in Libia, ma anche in Egitto e Tunisia la corrente sunnita dei Fratelli Musulmani non è scomparsa e cova il risentimento. Intanto, in Libano gli sciiti di Hezbollah sono divisi su un ruolo più aggressivo in Siria contro i jihadisti sunniti di Jabhat Al Nusra e l’Iran già combatte insieme a loro in Iraq intorno a Najaf, prevedendo di far confluire i Pasdaran nella difesa di Baghdad, dove lo Stato Islamico si sta avvicinando.

 I curdi, intanto, combattono la loro guerra asimmetrica per riunire il loro popolo e dar vita al Kurdistan. Ma questo scontenta sia Iran che la Turchia, la quale ha schierato preventivamente l’esercito lungo tutto il confine e medita un intervento. Ma al fianco di chi? Nemmeno Ankara, assai più prudente degli USA, sa bene cosa accadrà nella regione e certo appare più possibilista circa un nuovo corso in Siria e in Iraq.

 Così, costretti a vivere nel presente più assoluto, senza una pianificazione di ampio respiro né un patto interno tra fazioni per una gestione del potere politico-economico che regga a Baghdad come a Damasco, si giungerà solo alla proliferazione di nuovi gruppi autonomisti e alla gemmazione di nuovi dissidenti o ribelli in armi. Sunniti contro sciiti, moderati contro oltranzisti.

Cuius regio, eius religio
Nessuno, tranne il Califfo Abu Bakr Al Baghdadi, ha chiaro quale istituzione governerà l’Iraq dopo la guerra. Così come nessuno, tranne il presidente Bashar Al Assad, sa cosa pretendere dal futuro assetto politico della Siria. E questo è un fatto estremamente pericoloso. Se non è possibile lasciare in mano a questi signori il futuro assetto politico di queste terre, bisogna però riconoscere che nessuno ha valide alternative da opporgli, per garantire la pace. È la cruda realtà. Un problema è certo. Quale che sia la soluzione sul campo di battaglia - se dovessero scendere in campo con più determinazione gli occidentali e la Turchia, gli esiti della guerra non potrebbero che essere sfavorevoli allo Stato Islamico - il riassetto della regione mediorientale dovrà essere sì politico ma sopratuttto coraggioso.

 Il che significa che probabilmente dovrà passare attraverso il disegno di una diversa mappa regionale e di nuovi confini che separino definitivamente sciiti e sunniti, secondo la regola del “Cuius regio, eius religio”.

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