Trump (ancora) contro i giornalisti

In campagna elettorale permanente: attacca perché per i suoi fan le critiche dei media suonano come conferma "che sta facendo le cose giuste"

Luigi Gavazzi

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- I fatti, i giornalisti e il senso critico sono ostacoli alla narrazione semplicistica del Trump eterno candidato (anche da presidente)
- Usa le critiche dei media anche per confermare ai suoi che c'è qualcuno che vuole "sovvertire il voto popolare"
- Per i suoi fan, inoltre, le critiche dei media suonano come conferma "che sta facendo le cose giuste"

"Siete bugiardi"
Giovedì sera, in una conferenza stampa imprevista (ma forse prevedibile) Trump ha deciso di difendere il caos del suo primo mese alla Casa Bianca, negandolo, certo; ma soprattutto attaccando ancora i media: "stampa bugiarda".
I media colpevoli, ai suoi occhi, di profanare quasi tutto quello che gli interessa. Di non elogiare l'ego del presidente tycoon. Colpevoli cioè di criticare, di esercitare il diritto-dovere della stampa di vigilare sul governo.

 

Le promesse agli elettori arrabbiati
Per Trump la critica è particolarmente indigesta, gli fa perdere le staffe. Perché la sua politica è tutta (e solo) comunicazione. È tutto un racconto continuo e semplificato, fatto di buoni americani bianchi e lavoratori, "lasciati indietro" dai democratici e disprezzati dalle "elite culturali", ai quali invece lui ha promesso la luna e il riscatto, promessa che deve continuare a rinnovare.
Insomma, sempre e solo campagna elettorale.

Ma il caos del suo governo, il bando dei migranti musulmani, la connection pericolosa con i russi, la dimissioni di Flynn,  le liti con l'intelligence, gli incarichi rifiutati, il ruolo di guida di un uomo come Steve Bannon, sono fatti che negano quella narrazione.

Quindi attacca; e gli attacchi vanno reiterati. Perché, esattamente come in campagna elettorale, attaccare significa confermare ai propri elettori-fan, che si limitano a credere, non a controllare, che "sta facendo le cose giuste e bene". Esattamente come in campagna elettorale sa che per chi crede in lui, ogni critica che arriva dagli odiati media rappresenta "la conferma che sta facendo le cose giuste". 

Quindi, le critiche lo fanno arrabbiare perché, è un piacione di natura e vorrebbe che tutti lo riverissero e elogiassero, però gli servono maledettamente quelle critiche, per poter fare la sua campagna elettorale permanente.

Vogliono sovvertire il voto popolare
Tanto è vero che sabato in un hangar in Florida farà il suo primo raduno per la rielezione del 2020, dopo la vittoria di novembre. Trump rivedrà la folla che lo adora, si allontanerà per qualche ora dalla tensione di Washington (e da quell'assaggio di realtà che gli impone stare dentro la Casa Bianca), potrà riprendere a raccogliere fondi per la sua propaganda. Ma soprattutto potrà dare contorno emotivo all'argomento che preferisce: "Ci sono forze che vogliono sovvertire il voto popolare che mi ha incoronato: i giudici, i media, le agenzie di intelligence, l'Unione europea ecc. Ma ci siete voi che vigilate, lo impedirete. Io mi rivolgo sempre al popolo americano."
La sostanza del discorso di Trump è povera e banale. Ma è anche sovversiva. È la sua versione della campagna permanente.

Campagna elettorale permanente
Negli Usa si dice che tutti i presidenti, almeno da Carter in poi, siano sempre in campagna elettorale. C’è una vera e propria dottrina politica conosciuta appunto come “the permanent campaign”, elaborata da Patrick Caddell, consigliere proprio di Jimmy Carter e seguita da tutti i successori.

Trump sta andando molto oltre però. Come ha scritto in gennaio Doyle McManus del Los Angeles Times, il presidente sembra aver scambiato il concetto di permanente con quello di “costante”. Lui è solo in campagna elettorale, si potrebbe dire, come dimostrano le confuse prime settimane di presidenza.

In primo luogo, la personalità di Trump, incline alla semplificazione, all’esprimersi per slogan, ostile al pensiero critico, all’elaborazione, lo porta verso i comportamenti da campagna elettorale, in ogni sua uscita pubblica, ma anche nella fretta con la quali prende le decisioni. Vale a dire: in politica quello sa fare e quello continuerà a fare.

Contro l'altra metà dell'America
In tutti i suoi discorsi da presidente, a partire da quello dell’inaugurazione, Trump ha sempre solo parlato alla sua base elettorale. Non ha detto una parola credibile per tendere una mano a chi non la votato, per estendere la sua coalizione, sostanzialmente basata sui ceti medio bassi bianchi, con scarsa istruzione.

Ha solo ribadito le sue promesse, che adesso però dovrebbe provare a mantenere: per esempio quelle di costruire centinaia di infrastrutture, in una mossa di keynesismo nativista d’altri tempi, di riaprire acciaierie e miniere (in gran numero però, non qualche caso da citare come esemplare) o di distruggere lo Stato Islamico. Obiettivi difficilissimi da raggiungere e versoi quali non ha ancora mosso un passo, ovviamente.
Ancora più difficile sarà sostituire concretamente ed efficacemente l’odiato Obamacare (odiato anche da alcuni ceti che pure ne avrebbero beneficiato) con qualcosa di altrettanto efficace. Qui si dovrà scontrare con i suoi amici Repubblicani che hanno in mente solo di tagliare ogni fondo a qualsiasi politica di welfare.

La difficoltà si aggira riportando la politica alla campagna elettorale. Ma intanto, i fatti e il pensiero critico, lo assediano.

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