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Il motto di Trump è sempre lo stesso: «You're fired!»

Come ai tempi della trasmissione «The apprentice», Donald Trump continua a licenziare i suoi collaboratori. Con percentuali da record

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Redazione

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Ha resistito 520 giorni, ma alla fine se ne è dovuto andare anche lui. Il defenestramento del consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton è l'ultimo di una lunghissima serie. Perché l'amministrazione di Donald Trump ha un turnover da record: la lista degli altissimi funzionari che fra il 20 gennaio 2017 e oggi sono stati licenziati, si sono dimessi o sono stati avviati verso la porta d'uscita comprende centinaia di nomi. Fra questi, personaggi del calibro di John Kelly, Jeff Sessions, Steve Bannon e Paul Manafort.

Il primo fu il consigliere per la Sicurezza nazionale Michael Flynn, costretto ad andarsene il 13 febbraio 2017, solo 22 giorni dopo essere stato nominato: il suo mandato fu il più breve della storia. L'ultimo è stato Bolton, scaricato da Trump il 10 settembre con un tweet: «Ero fortemente in disaccordo con molti dei suoi consigli come altri nell'Amministrazione».

Come se fosse ancora nel reality show che lo rese celebre, «The Apprentice», il 41esimo presidente degli Stati Uniti continua imperterrito a cacciare la gente al motto di: «You're fired!». Ma rispetto ai tempi in cui lanciava la sua sonora maledizione da uno studio televisivo, oggi ha uno strumento in più: Twitter.

Attraverso la piattaforma digitale, The Donald non ha silurato solo John Bolton. Lo scorso 10 aprile aveva fatto fuori anche Kirstjen Nielsen, sesto Segretario della sicurezza interna degli Stati Uniti. E anche il Segretario di Stato Rex Tillerson era stato licenziato, il 13 marzo 2018, con un tweet.

Non esattamente un comportamento da gentleman. «Il giusto modo di licenziare una persona passa attraverso una modalità che sostenga la sua dignità, che le tributi rispetto e che la ringrazi del servizio svolto» ha commentato Michael McDermott, docente di Management alla scuola di business McDonough della Georgetown University. «Non posso pensare a nessuna impresa, organizzazione o entità governativa che tollererebbe questo tipo di comportamento da parte del suo amministratore delegato».

Ma non è solo un problema di modi. «Il tasso di turnover fra i consiglieri di livello senior del presidente Trump ha generato parecchia attenzione» ha osservato Kathryn Dunn Tenpas, membro anziano della Brookings Institution, organizzazione nonprofit di Washington. A fine 2017, la Brookings aveva condotto un'indagine sui licenziamenti di Trump, dalla quale risultava che il tasso del turnover dell'Amministrazione Trump era stato del 34 per cento. Vale a dire il doppio di quello dell'Amministrazione Reagan nel 1981 (17 per cento).

Oggi la ricercatrice Dunn Tepas ha condotto uno studio analogo, concentrandosi solo sui siluramenti dei consiglieri senior dell'Ufficio di presidenza Usa, cioé le quattro agenzie che consigliano il presidente. Ebbene, dall'indagine è emerso che, fra il giorno dell'insediamento (20 gennaio 2017) e lo scorso 10 settembre, il turnover dei consiglieri anziani è stato del 77 per cento. La distanza fra Trump e Reagan, ormai, si conta in anni luce.


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