Siria: la strage dei White Helmets a Idlib

Un’esecuzione in piena regola. Sette volontari uccisi con un colpo alla nuca. I loro mezzi rubati e dati alle fiamme

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Il dolore di un White Helmet dopo la strage dei compagni - Siria, Idlib, agosto 2017

Asmae Dachan

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"Sette dei nostri volontari sono stati uccisi in modo atroce. È uno dei crimini più brutali che ha colpito il nostro corpo". Scrive così sul suo profilo Facebook Mohamed, uno dei volontari della Protezione Civile siriana, i cosiddetti "White Helmets", che operano a Sarmin, in provincia di Idlib.

"Erano circa le sei del mattino quando è arrivata la notizia", racconta nel dolore Ibrahim Abou Allaith, direttore dell’ufficio comunicazioni della Protezione Civile di Aleppo. "I colleghi che sono arrivati in sede per il cambio del turno hanno trovato i corpi dei volontari in un bagno di sangue. Si è trattato di una vera e propria esecuzione. Sono stati tutti colpiti alla testa con proiettili sparati da una pistola col silenziatore. Due dei volontari si erano uniti a noi dalla provincia di Homs; erano tra gli sfollati, ma hanno voluto sin da subito darsi da fare per essere utili agli altri. Abbiamo visto molti colleghi morire mentre operavano tra le macerie, colpiti dalle bombe o per le ferite riportate durante le varie operazioni. Non era mai successa una cosa così. Noi siamo un corpo civile, disarmato, prestiamo la nostra opera ovunque ce ne sia bisogno e a chiunque sia in difficoltà. Questo è un crimine contro l’umanità”.

Gli assalitori hanno portato via molti degli strumenti con cui operano i White Helmets e hanno dato alle fiamme due dei loro mezzi si soccorso.

 

Cordoglio, dolore e incredulità per l’accaduto sono i sentimenti che prevalgono tra i civili che online commentano questa strage, ma anche tra gli stessi uomini del soccorso, che non riescono a capire chi ci possa esserci dietro.

Tra le vittime della strage c’era anche Mohamed Deeb al Hor, detto Abo Kifah. Il mondo ha conosciuto questo giovane attraverso un suo gesto eroico, risalente a ottobre del 2016, immortalato da un video condiviso in rete.

Il giovane stringeva tra le braccia una neonata di poco più di trenta giorni estratta sanguinante dalle macerie di una palazzina di quattro piani e non riusciva a trattenere le lacrime. “Con l’aiuto di Allah rimarrà viva. Abbiamo scavato per oltre due ore. Quando l’ho stretta, ho sentito come se fosse mia figlia”, ripeteva il giovane piangendo.

Il corpo dei White Helmets era stato candidato lo scorso anno per il premio Nobel per la pace e aveva vinto a novembre 2016 il Right Livelihood Award, detto anche il premio Nobel alternativo per i diritti umani.

Il film che racconta la vita di quelli che per molti siriani sono angeli del soccorso lo scorso febbraio ha vinto l’Oscar per i documentari brevi. Solo due giorni fa i White Helmets sono stati premiati in Korea con il Manhae Peace Prize.

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