Nonostante l’intervista di Rainews 24 al presidente siriano Bashar Al Assad, che riemerge dal bunker di Damasco presentandosi all’Italia con l’immagine assai poco veritiera di uno statista (Monica Maggioni l’ha persino definito “british”) che crede davvero di poter riprendere il controllo della situazione, gli unici statisti che sinora sono stati avvistati nella capitale sono gli uomini di Vladimir Putin, che tengono ancora in piedi il leader alawita proprio come si fa con i burattini.

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Ma già oggi il Cremlino - che ha quantomeno il merito di aver pianificato un’azione militare per rovesciare le sorti della guerra in Siria e consentire al paese un futuro scevro dall’Islam radicale e dall’infezione jihadista - sta pensando al dopoguerra. E, va da sé, al dopo Assad.

Accordi politici

Putin, cresciuto a pane e KGB, sa meglio di chiunque altro quanto cruciale sia mantenere temporaneamente in vita il regime alawita agonizzante, ma sa altrettanto bene che la soluzione della crisi passa - oltre che per la vittoria militare - per un accordo politico con le molte anime inquiete che vogliono spartirsi questa terra martoriata, per ricostituire uno o più nuovi stati, non appena sarà raggiunto un accordo che ponga fine alle ostilità.

Nuove strutture statali che potrebbero costituirsi come Alawistan, Kurdistan e Sunnistan. Il primo stato lungo la costa mediterranea, con capitale Damasco o Latakia, pressappoco dov’è assestato oggi il regime; il secondo lungo la striscia di terra siriana che confina con la Turchia e che potrebbe ricongiungersi al Kurdistan iracheno, con capitale Kirkuk; il terzo, corrispondente alle aree a prevalenza sunnita, dove oggi torreggia l’ISIS e di cui non si possono fare ipotesi concrete sino a che lo Stato Islamico non sarà cancellato (a meno che non si voglia ammettere che quegli stessi soggetti che oggi terrorizzano Siria e Iraq, domani si daranno una nuova veste e andranno a costituire una versione aggiornata dello Stato Islamico del Sunnistan).

 

Chi è il possibile successore di Assad

Ma, a parte queste ipotesi di scuola, c’è una realtà che si profila all’orizzonte e che ha anche una precisa timeline, come riferito dallo stesso ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov: diciotto mesi per il “regime change” in Siria, dove Bashar Al Assad garantirà l’interregno, ma solo fino a che non saranno indette nuove elezioni. A quel punto, non candidandosi, salverà la faccia e consentirà il rinnovamento istituzionale siriano, garantendo una continuità anche al suo clan.

A tale conclusione sono giunti i vertici politici e militari di Russia, Iran e Siria, durante una serie d’incontri che hanno avuto luogo già a partire dallo scorso anno. Il progetto è stato meglio definito nello scorso mese di giugno, durante una missione a Mosca del capo dei servizi segreti siriani, Ali Mamlouk, e poi ratificato l’8 settembre durante una visita a Mosca di Qassem Suleiman, capo dell’unità di élite delle guardie rivoluzionarie iraniane, l’armata Al Quds, che combatte a fianco di Mosca in difesa del regime. In quell’occasione, è stato fatto anche il nome del possibile successore di Assad: lo stesso numero uno dell’intelligence di Damasco impegnato nei colloqui, Ali Mamlouk, inamovibile capo del National Security Bureau siriano, del quale (comprensibilmente) non si conoscono ancora la disponibilità e le reali intenzioni.

Mosca, però, intanto vuole sondare il terreno per non farsi trovare impreparata sia nel caso che la situazione precipiti sia in funzione del ruolo di leadership che il Cremlino è intenzionato a mantenere per molti anni sopra il suo protettorato. Quando e se vi saranno elezioni o quando s’imporrà un formale passaggio istituzionale, il Cremlino vuol essere certo di poter piazzare l’uomo giusto per i propri interessi.

 

Oltre a essere un uomo di Mosca, Ali Mamlouk ha un doppio e notevole vantaggio rispetto ai possibili altri candidati (che al momento peraltro non esistono): rappresenta l’unica credibile garanzia che la spina dorsale del regime possa sopravvivere ad Assad ed è al contempo un sunnita. Questo, per come la vedono a Mosca, potrebbe addolcire le posizioni dei più influenti sunniti nell’area, che ovviamente sono Turchia e Arabia Saudita, sponsor principali dei ribelli anti-Assad.

Mamlouk non è il primo candidato vagliato da Mosca. Il nome che circolava già nel 2013 era quello di Ali Habib Mahmud, ex ministro della difesa siriano e di provenienza alawita, che ha poi defezionato in Turchia grazie all’aiuto della CIA e che, anche per tale ragione, rappresentava un buon compromesso tra Mosca e Washington. Ma da quando gli Stati Uniti si sono tirati fuori dal caos siriano, la Casa Bianca ha perso ogni chance di avvicendare un proprio uomo alla guida del paese.

 

Il ruolo dei servizi segreti in Siria

A tessere questa trama sono stati Mikhail Fradkov, il capo dell’SVR, il servizio segreto russo per l’estero, e Nikolai Patrushev, capo del Consiglio Nazionale di Sicurezza ed ex direttore dell’FSB, il servizio interno eredità del KGB.

Che questo si concretizzi secondo il calendario di Mosca è possibile solo al netto della sconfitta di una delle parti in gioco: se infatti i ribelli siriani “moderati” accetteranno una tregua, un cessate il fuoco o persino la fine delle ostilità, sarà più facile seguire questo iter prospettato dall’intelligence russa. In quel caso, tutti gli sforzi diplomatici potrebbero convergere sul tratteggio di una nuova mappa geografica con relative influenze, mentre gli sforzi militari potrebbero concentrarsi sulla distruzione dei miliziani di Al Baghdadi. Se, al contrario, la guerra dovesse proseguire, gli agenti segreti russi dovranno rivedere i piani.

Sia come sia, in questa guerra il ruolo dei servizi d’intelligence è centrale e, con ogni probabilità, è dal suo vivaio che uscirà il nome del successore di Bashar Al Assad, per il semplice motivo che servono uomini di continuità ed esperienza militare per reggere una così pesante eredità e per garantire la sicurezza di uno dei paesi più esposti a un crollo definitivo.

Dove si può inceppare l’interim proposto da Mosca? Se le parti in gioco, primo fra tutti il governo di Damasco, dovessero impuntarsi sul mantenimento della Siria come un unico paese, si rischierebbe uno stallo che potrebbe rivelarsi fatale. Ciò nonostante, con il quinto anno di guerra sulle spalle, tanto la popolazione siriana quanto i protagonisti del conflitto dovranno arrendersi all’idea che per nessuno di loro esiste la possibilità di vittoria.

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