Siria: la posta in palio nella battaglia tra curdi e Stato Islamico

Si continua a combattere nelle province di Raqqa e Hassakeh, mentre ad Aleppo prosegue l’offensiva della coalizione islamista di Al Nusra

Kobane libera: curdi in festa a Suruc

Curdi a Suruc, provincia di Sanliurfa, Turchia – Credits: BULENT KILIC/AFP/Getty Images

Rocco Bellantone

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 per Lookout news

Il Pentagono è finora riuscito ad addestrare solo sessanta ribelli siriani per combattere lo Stato Islamico. Ad ammetterlo è stato ieri, martedì 7 luglio, il segretario della Difesa Ashton Carter nel corso di una tesissima audizione di fronte al Comitato dei Servizi Armati del Senato. Un numero “molto più esiguo di quanto ci aspettavamo” ha affermato Carter, lontano anni luce dalle 5mila unità che il Pentagono aveva promesso di addestrare ogni 12 mesi da qui ai prossimi tre anni.

 Carter ha provato a giustificare il fiasco dell’operazione, ma le sue giustificazioni sono apparse poco convincenti. Al momento sarebbero 7mila i volontari siriani in fase di valutazione. L’ostacolo per il loro arruolamento sarebbe rappresentato principalmente dai rigorosi metodi selettivi attuati dal Pentagono, che di fatto hanno impedito alla quasi totalità dei candidati di essere considerati idonei per l’addestramento.

Nel corso dell’audizione al Senato a puntare il dito contro Obama sono stati soprattutto i senatori repubblicani John McCain e Lindsey Graham, i quali hanno posto ai vertici della Difesa gli stessi interrogativi che accompagnano la campagna militare americana in Siria dal suo inizio nel settembre del 2014. Come faranno gli USA a essere certi della lealtà dei ribelli “moderati”, hanno chiesto McCain e Graham? Come si può pretendere che questi miliziani rispettino una sorta di codice deontologico del conflitto armato imposto dagli USA se nella maggior parte dei casi a spingerli in guerra è la sete di vendetta? Questi ribelli utilizzeranno le armi e gli addestramenti ricevuti dagli USA per combattere solo contro lo Stato Islamico o per attaccare le forze governative del presidente Bashar Assad? E, infine, qualora dovessero scontrarsi con l’esercito del regime siriano, verranno inviati caccia americani in loro soccorso?

 A buona parte di queste risposte Carter non ha saputo rispondere, limitandosi a dire che verrà fatto “di più per addestrare ed equipaggiare l’opposizione moderata in Siria”, magari facendo tesoro dei tanti errori commessi dagli USA in passato in Afghanistan e Iraq.

Il punto sui combattimenti
Risposte insufficienti che rimarcano il disorientamento degli Stati Uniti nella guerra in corso in Siria, dove negli ultimi giorni i combattimenti si sono concentrati soprattutto in due aree, lungo il confine con la Turchia e alle porte di Aleppo. Proseguono gli scontri a Raqqa e Hassakeh, le provincie siriane situate nella parte nord-orientale della Siria al confine con la Turchia. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani con base a Londra, da domenica 5 luglio i curdi dell’YPG (Unità di Protezione del Popolo) avrebbero ucciso almeno 80 miliziani dello Stato Islamico, riuscendo a riprendere il controllo di almeno dieci villaggi grazie alla copertura dei caccia americani.

È questo l’unico fronte della guerra in Siria in cui, d’altronde, la strategia degli Stati Uniti sta producendo dei risultati concreti. Obama ha affermato in proposito che i raid aerei contro le postazioni di ISIS verranno ulteriormente intensificati. “Continueremo a colpire i giacimenti di petrolio e gas attraverso cui ISIS si autofinanzia”, ha affermato il capo della Casa Bianca spiegando che gli ultimi attacchi sono stati direzionati verso la città di Raqqa, proclamata capitale dello Stato Islamico in Siria.

 

 

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Più volte nelle ultime settimane si è parlato di sconfitte e arretramenti di ISIS in quest’area del Paese. Eppure i miliziani jihadisti finora hanno sempre dimostrato di saper rispondere colpo su colpo ai curdi e il 7 luglio hanno ripreso il controllo della città di Ain Issa, situata a circa 55 chilometri da Raqqa. I curdi erano riusciti a conquistarla due settimane fa, nel corso di un’operazione che aveva permesso di entrare a Tel Abyad e di avvicinarsi a Raqqa. Ain Issa ha un importante valore strategico perché è situata lungo una delle strade principali che collega da ovest e a est Aleppo alla città irachena di Mosul, capitale dello Stato Islamico in Iraq.

 

Ripresa questa città, adesso ISIS può riposizionarsi nella provincia di Raqqa. I miliziani stanno inoltre tentando di recuperare terreno anche nella provincia nord-orientale di Hassakeh, controllata in parte dai ribelli siriani e in parte dall’YPG. Se questa zona cade definitivamente nelle sue mani, ISIS avrà il controllo di una vasta area situata al confine con la Turchia a nord e con l’Iraq a sud da dove secondo l’ONU negli ultimi mesi sono stati costretti a fuggire oltre 120.000 siriani.

 

Ad Aleppo, invece, sempre ieri almeno 25 soldati dell’esercito siriano sono stati uccisi in un attentato sferrato da Jabhat Al Nusra. Un uomo si è fatto esplodere a bordo di un veicolo in corsa colpendo una base militare nel quartiere di al-Zahra, nella parte occidentale della città. Da giorni una coalizione di forze islamiste guidate da Al Nusra ha lanciato un’offensiva per prendere il controllo della città, la seconda più grande della Siria.

 Per il governo di Damasco, sempre più asserragliato lungo la fascia costiera del Paese, perdere Aleppo significherebbe consegnare quasi tutta la Siria alle milizie jihadiste. L’unico sostegno su cui di fatto può ancora contare Assad è quello dell’Iran, che ha concesso l’apertura di una nuova linea di credito di un miliardo di dollari, la terza da quando è iniziato il conflitto nel 2011.

L’emergenza foreign fighters
A complicare la situazione in Siria è il continuo arrivo di jihadisti dall’estero. Ieri il governo di Ankara ha comunicato di averne fermati circa 800 mentre tentavano di entrare in territorio siriano per unirsi allo Stato Islamico e ad altre milizie.

 A lanciare l’allarme sull’aumento di combattenti in procinto di raggiungere i teatri di guerra in Medio Oriente è stato anche il viceministro degli Esteri russo, Oleg Syromolotov. Questi ha affermato che almeno 2.200 combattenti nati in Russia avrebbero raggiunto la Siria e l’Iraq. In totale da gennaio di quest’anno i foreign fighters sono stati più di 20mila, provenienti da oltre 100 Paesi. Un quinto di questi arriva dall’Europa occidentale, soprattutto da Regno Unito e Germania. Un fiume in piena che la comunità internazionale non sta riuscendo ad arginare.

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