Esteri

Siria: fino a dove può spingersi la Turchia

L'intervento di terra di Ankara contro i curdi rischia di far precipitare ulteriormente nel caos lo Stato confinante. Allontanando una soluzione diplomatica

Scudo dell'Eufrate guerra Siria Turchia

Un carro armato turco in movimento verso Jarabulus – Credits: BULENT KILIC/AFP/Getty Images

Per Lookout news

Proseguono gli attacchi delle forze armate turche nel nord della Siria. Secondo l’ultimo bilancio fornito dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, organizzazione con base a Londra, nei raid aerei effettuati da Ankara nella sola giornata di domenica 28 agosto in due aree controllate dalle forze curdo-siriane sarebbero stati uccisi almeno 40 civili.

Nel suo resoconto il governo turco parla invece dell’eliminazione di almeno 25 “terroristi” delle SDF (Forze Democratiche Siriane), coalizione militare in cui gioca un ruolo centrale l’YPG (Unità di Protezione Popolare, braccio armato del partito curdo PYD, Partito dell’Unione Democratica).


 

Finora nell’offensiva chiamata “Scudo sull’Eufrate” (“Euphrates Shield”), lanciata dall’esercito turco lo scorso 24 agosto, tra i due obiettivi da colpire dichiarati ufficialmente da Ankara - da un lato i miliziani jihadisti dell’ISIS, dall’altro i curdi delle SDF e dell’YPG considerati terroristi al pari dei miliziani del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) - come era ampiamente prevedibile sono stati quest’ultimi a subire le perdite maggiori.

Gli ultimi villaggi colpiti dagli attacchi turchi sono stati quelli di Jeb el-Kussa e Al-Amarneh, entrambi situati lungo la sponda occidentale del fiume Eufrate. Nella sua incursione in territorio siriano, l’esercito turco ha finora impiegato circa 350 tra militari e agenti delle forze speciali, oltre a carri armati e aerei da combattimento. Ankara ha giustificato l’escalation delle ultime ore spiegando che l’YPG non avrebbe mantenuto la promessa fatta agli USA di ritirarsi dalla sponda est dell’Eufrate.

Il presidente Recep Tayyip Erdogan, intervenuto a un comizio il 28 agosto nella città meridionale a maggioranza curda di Gaziantep - dove la settimana scorsa un attentatore kamikaze di quattordici anni si era fatto esplodere durante i festeggiamenti per un matrimonio causadno oltre 50 morti - ha avvertito che le operazioni militari in Siria continueranno fino a quando le milizie curde non manterranno l’impegno preso con Washington.

Jeb el-Kussa, uno dei due villaggi bombardati il 28 agosto, si trova circa 14 chilometri a sud rispetto a Jarabulus, quest’ultima prima controllata da ISIS, poi finita in mano ai curdi e ora al centro dell’offensiva turca. A sud rispetto a questa località, dall’inizio dall’inizio delle loro operazioni i turchi hanno spinto l’avanzata di gruppi di ribelli siriani - che sostengono in chiave anti-Assad - permettendo loro di assumere il controllo di circa dieci villaggi, prima in mano o dell’ISIS o dei curdi.

Ogni giorno che passa, il piano di Ankara appare sempre più chiaro: entrate in Siria principalemente per tutelare i propri confini meridionali e spingere ISIS verso Raqqa, le sue forze armate stanno adesso sopprimendo le aspirazioni separatiste dei curdi che al confine tra Siria e Turchia puntano a costituire la Rojava, il de facto stato del Kurdistan che sta prendendo forma dopo la conquista di Kobane.

 Adesso, oltre che attorno a Jarabulus, la situazione rischia di degenerare anche a Manbij, città situata a ovest del fiume Eufrate, liberata poche settimane fa dallo Stato Islamico. Dopo averne preso il possesso con il sostegno degli USA, i curdi dell’YPG hanno dichiarato di averne lasciato il controllo a un consiglio militare locale loro alleato. Ma Ankara non si fida e presto potrebbe concentrare i propri attacchi in anche in questa direzione, innescando nuovi scontri tra ribelli siriani e curdi.

 

Le difficoltà degli USA
Lo scontro tra governo turco e curdi complica ovviamente la posizione di Washington nel conflitto siriano. Così come già accaduto in passato, in questo momento gli USA si trovano a sostenere due fazioni che si stanno combattendo tra loro: da un lato i ribelli siriani etichettati come “moderati”, sostenuti militarmente e logisticamente dalla CIA, che adesso stanno sfruttando la copertura dei raid aerei turchi per strappare ai curdi diversi villaggi al confine tra Siria e Turchia; dall’altro le milizie curde delle SDF e dell’YPG che cooperano direttamente con il Pentagono e che gli Stati Uniti considerano come il partner più affidabile nella lotta sul terreno contro lo Stato Islamico.

Peter Cook, portavoce del Pentagono, ha definito inaccettabili i bombardamenti turchi contro i villaggi curdi nel nord della Siria, effettuati tra l’altro in un’area in cui a detta di Washington non si troverebbe più ISIS. “È un campo di battaglia già affollato” ha affermato Cook, dimenticandosi però che a generare questa confusione sono stati in buona parte proprio gli Stati Uniti.

 Non è la prima volta che gli USA si trovano in questa scomoda posizione in Siria. Ma adesso il rischio per Washington potrebbe essere non più sopportabile. Da un lato la Casa Bianca è stata infatti accusata di tradimento dai curdi poiché avrebbe concesso il via libera ai tank turchi di entrare in territorio siriano; dall’altro il suo sostegno prolungato ai curdi in funzione anti-ISIS potrebbe far collassare definitivamente i rapporti con Ankara, già piombati ai minimi storici dopo il fallito golpe in Turchia del 15 luglio scorso, con il governo turco che ha accusato gli Stati Uniti di essere direttamente coinvolti in quanto accaduto.

 

Fin dove può spingersi la Turchia?
Secondo diversi analisti, l’accelerazione dell’inteventismo turco in Siria rischia di propiettare in una nuova fase di instabilità anche i rapporti con Mosca. Il ministero degli Esteri russo si è detto “profondamente preoccupato” per gli ultimi sviluppi registrati al confine con la Siria. E nonostante il riavvicinamento tra il Cremlino e Ankara, sancito dall’incontro a San Pietroburgo di inizio agosto tra Putin e Erdogan, la Russia vigila sulla Turchia pronta a intervenire nel momento in cui le sue mosse dovessero confliggere con le priorità di Mosca, vale a dire difendere quel che resta del governo di Bashar Assad e consolidare la propria presenza militare nella parte costiera della Siria.

In realtà, Mosca sta dimostrando di avere il controllo della situazione e dunque anche della strategia turca. E gli attacchi insoliti degli ultimi giorni effettuati dalle forze governative siriane contro postazioni curde, principalemente tra Hasaka e Qamishli, vanno letti in quest’ottica. Tradotto, significa che se Ankara ha lanciato con impeto l’operazione “Scudo sull’Eufrate”, è perché ha avuto delle rassicurazioni da Mosca e gode inoltre del tacito appoggio sia di Damasco che dell’Iran (secondo principale sponsor di Assad dopo il Cremlino) che non possono accettare l’espansionismo delle forze curde nella regione.

L’altro aspetto di cui la Turchia dovrà tenere conto sono però i rischi di questo intervento in territorio siriano. Finora almeno due suoi tank sono infatti stati distrutti da razzi lanciati dai curdi dell’YPG e dopo il primo soldato turco ucciso nell’area di Jarablus ve ne saranno nei prossimi giorni certamente altri.

 

Sempre più difficile la soluzione diplomatica
In questo scenario, con i combattimenti che proseguono tanto a Homs quanto soprattutto ad Aleppo, dove le truppe governative siriane con l’appoggio dei caccia russi hanno ormai accerchiato le ultime sacche di resistenza dei ribelli, la diplomazia continua a figurare come il più illustre degli assenti. Dopo settimane di silenzio, coincise con una delle ondate di bombardamenti più violente finora registrate su Aleppo dall’inizio della guerra nel marzo del 2011, nelle ultime ore è tornata a riemergere timidamente la proposta di imporre un cessate il fuoco di 48 ore per permettere l’arrivo di aiuti umanitari nella città posta sotto assedio.

 In queste condizioni raggiungere un’intesa appare però irrealistico, così come sembra impossibile far convergere in un intervento militare congiunto contro gli “estremisti” Stati Uniti e Russia, che in questa guerra non sono d’accordo su niente, a cominciare da coloro che ritengono “nemici” e “alleati”.

 Nel caos chi potrebbe sfruttare la situazione per ritagliarsi ulteriori margini di sopravvivenza è lo Stato Islamico. Perse Manbij e Jarablus, il Califfato potrebbe adesso far pendere a proprio favore gli attacchi che Turchia e ribelli siriani, e a fasi alterne anche Damasco, stanno riversando sui curdi. In tempi di perdite ingenti e ritirate, per l’ISIS consolidare la propria presenza attorno Raqqa e al confine con l’Iraq equivarebbe a una vittoria.

 

 

 

 

 

 

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