Roma-Teheran: l'Italia prosegua sulla strada del disgelo

Nonostante il no della lobby americana dell'UANI, il nostro Paese ha tutto l'interesse a rafforzare il dialogo con gli Ayatollah

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Un momento della visita del presidente iraniano a Teheran – Credits: TIZIANA FABI/AFP/Getty Images

Paolo Papi

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United Against Nuclear Iran (UANI) è una organizzazione no profit americana pressoché sconosciuta al grande pubblico italiano. Eppure sta comprando intere paginate dei quotidiani nazionali per mettere in guardia il nostro governo e il premier Matteo Renzi dall'aprire una linea di credito «al buio» nei confronti delle autorità iraniane, accusate di sostenere il terrorismo (Hezbollah, Hamas, ribelli Houthi), di non garantire i diritti umani, di riciclare denaro sporco, di violare le leggi e i trattati internazionali. 

«È accettabile il rischio Iran?» è la domanda che campeggia i cima alla pagina acquistata oggi sul quotidiano La Repubblica

Ma chi sono quelli di United Against Nuclear Iran? Per capirlo, e riuscire a capire le ragioni che stanno stanno dietro all'avvertimento al premier Matteo Renzi (recatosi ieri a Teheran per concludere una serie di accordi commerciali dopo la sospensione delle sanzioni)  basta dare un'occhiata al board di cui è stata composta sin dalla sua fondazione l'organizzazione. C'è stato Meir Dagan, ex capo del Mossad dal 2002 al 2011 ed ex ministro della Difesa di Israele, l'ex inviato in Medioriente ai tempi di Clinton e Bush jr e storico parlamentare repubblicano Dennis Ross, il senatore della destra democratica e filoisraeliana Joseph Lieberman, già candidato alla vicepresidenza ai tempi di Al Gore, Frances Townsend, l'ex consigliere per la Sicurezza di George Walker Bush. Insomma: siamo di fronte a una legittima azione di lobbying di un pezzo della politica americana, bipartisan e storicamente vicino al governo di Israele, per rallentare il processo di avvicinamento tra l'Occidente e l'Iran deciso da Barack Obama. Il messaggio è chiaro: Non investite in Iran!


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La pagina apparsa sui quotidiani italiani

Il punto è capire quali siano i nostri interessi, come italiani, come europei. Matteo Renzi sembra avere le idee chiare. L'Italia era, prima dell'embargo, il primo partner commerciale europeo dell'Iran (oggi è la Germania). Dovrà tornare a esserlo, se vogliamo giocare un ruolo politico e commerciale nell'area. Nel 2011 l'interscambio tra Roma e Teheran era di 7 miliardi di dollari. Oggi il nostro export vale 1,2 miliardi. È per questo che il premier si è mosso, con rapidità, primo premier europeo a giungere nella capitale iraniana dopo la fine delle sanzioni, siglando ben trentasette accordi commerciali tra Roma, in occasione della visita di Rohani, e Teheran, ieri, dove era accompagnato da Ivan Scalfarotto e da una folta delegazione di uomini d'affari italiani. Gli accordi siglati  prevedono il coinvolgimento di società come le Ferrovie dello Stato, 3,5 miliardi per costruire l'alta velocità in Iran, l'Enel per l'export di gas, la Sea e la sua omologa iraniana per costruire l'arereoporto Mehrabad a Teheran. Ma c'è di più.

Con un mercato da 80 milioni di cittadini, l'Iran - ancora seconda economia della regione dopo l'Arabia saudita nonostante l'embargo occidentale - è un'occasione troppo ghiotta per il nostro Paese. È la porta principale per recuperare un ruolo di primo piano in Medioriente. Sia dal punto di vista commerciale che dal punto di vista geopolitico: il nuovo Medioriente, semmai nascerà, non potrà nascere senza o contro gli interessi della Repubblica iraniana. Di questo i più avvertiti analisti internazionali sono consapevoli.

Certo: occorrerà molto sangue freddo e molta fermezza per proseguire sulla strada del disgelo intrapresa dalla nuova amministrazione americana. Senza fare sconti sul rispetto dei diritti umani e sulla violazione dell'accordo nucleare, ma anche senza  perdere altre occasioni e riportare all'indietro le lancette della storia. Roma e Teheran non sono mai stati nemici, nemmeno più duri del confronto con il regime degli Ayatollah.

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