Luciano Lombardi

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La buona notizia di questi tempi è che l'Isis sta annaspando. Lo rivela quanto sta accadendo nella parte oocidentale di Mosul, dove le forze di liberazione irachene stanno erodendo suo il dominio sul territorio, e lo conferma il suo silenzio mediatico. Senza contare della sua crisi finanziaria di cui si va dicendo da mesi.

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Isomma, la presa di Raqqa, la capitale del Califfato, e quindi la fine ineluttabile di quest'ultimo, si avvicina a lunghe falcate, al netto di straordinari (e oggi imprevedibili) evoluzioni. 

Qualora la prospettiva dovesse rivelarsi reale, tra le cose da capire del day after, c'è quale sarà la fine che faranno le decine di migliaia di combattenti che da tutto il mondo hanno sposato la causa dell'Isis fiancheggiandone le missioni terroristiche e belliche.

Le possibilità sono diverse, una per ciascuna tipologia di ruolo svolto all'interno dell'apparato, e il magazine statunitense The Atlantic ha provato a scandagliare i vari sottoinsiemi, ipotizzandone i rispettivi comportamenti.

Dispersi e mercenari
La più ovvia, la soluzione standard di quando un conflitto termina, è che i terroristi transnazionali si possano dileguare facendo perdere le proprie tracce chissaddove, agevolati nel compito dalle strategie e dalle tattiche di guerra apprese nelle fasi di addestramento e nella lotta sul campo.

Accanto a loro, i cosiddetti "cani sciolti", mercenari provenienti anch'essi da vari Paesi, alcuni dei quali animati dall'ideologia, altri interessati a combattere soltanto per i soldi.

Anche per loro, è probabile che vi sia una fase attendista, durante la quale - proseguendo il loro status apolide - cercheranno di individuare altri teatri di guerriglia jihadista, per esempio in Africa occidentale, nello Yemen o in Afghanistan.

Anche in questo caso, si tratta di un gruppo molto eterogeneo, che riunisce la progenie militante dei mujaheddin originali, gli ex militanti di Al Qaeda o i battitori liberi che hanno combattuto in Cecenia o nei Balcani.

I costruttori della rinascita
Lo zoccolo duro, invece, fatto di combattenti del versante hard che appaetengono all'inner circle del leader Abu Bakr al-Baghdadi e dei suoi luogotenenti, probabilmente resterà silente in Iraq e in Siria lavorando alla costruzione di un Isis 2.0.

Non è escluso che, più o meno sporadicamente, costoro possano riemergere rendendosi protagonisti di operazioni - magari suicide - ad alto tasso di spettacolarità, organizzate con il solo scopo di mantenere una certa soglia di attenzione da parte dei media.

Perlopiù, tuttavia, è facile che si concentreranno a cercare finanziamenti, stipulare accordi per l'approvvigionamento degli armamenti. E per recuperare le forze.

La forma che prenderà questa nuova release dell'organizzazione è legata in larga parte ai vari gruppi e gruppuscoli di jihadisti che, da sempre, ruotano attorno al cuore dell'Isis. Tra queste, a emergere saranno con tutta probabilità soprattutto il coacervo islamico salafita Ahrar al-Sham e Jabhat Fateh al-Sham.

Foreign Fighters di ritorno
E infine, ci sono tutti i combattenti stranieri che hanno deciso di tornare in patria. E qui parliamo di un esodo davvero su scala globale, comprendendo le vicine Tunisia e Arabia Saudita, ma anche le terre più lontane in Europa, Asia o America.

Le probabilità di portare a compimento il loro obiettivo con successo è legato a doppio filo con l'abilità delle forze di polizia e di intelligence dei vari Paesi nel riuscire a individuarli e a bloccarli prima dell'ingresso.

In tal senso, è verosimile pensare che ad avere vita facile saranno soprattutto i backers europei, data la fisiologica debolezza nel controllare i flussi migratori.

Ovviamente, non tutti i rimpatriati saranno uguali. Tra loro, ci saranno quelli che potremmo definire "disillusi" che, sbarcati in Siria in cerca di avventura, della possibilità di esprimere i propri valori religiosi o di veder concretizzata una qualche personale utopia, si sono trovati di fronte qualcosa di molto diverso.

Al loro ritorno in patria, potrebbero decidere di farsi da guida per altri giovani radicalizzati o ritrovarsi a richiedere cure psicologiche o convertirsi in piccoli delinquenti per ritrovarsi, poi, in carcere.

Accanto a loro, ugualmente "disillusi" ma "ancora motivati", tutti coloro che si impegneranno nel recuperare energie e ideali in patria nell'attesa di raggiungere qualche nuovo fronte.

Infine, sempre tra i rimpatriati, ecco gli "operativi", dediti a resuscitare reti dormienti di radicalizzati, a reclutare nuovi membri o a condurre attacchi in veste di "lupi solitari".

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