Putin, l'Urss e il tradimento di Eltsin: parla Gorbaciov

"Putin? Instauri la democrazia". "Eltsin? Un traditore al soldo degli Usa". Le verità dell'ex leader sovietico a 25 anni dalla dissoluzione dell'Urss

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Vladimir Putin con l'ex presidente russo Mikhail Gorbachev nel 2004 – Credits: JOCHEN LUEBKE/AFP/Getty Images

Mark Franketti

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Un’intervista a Gorbaciov? E perché?» Yuri, l’autista del taxi Uber che mi sta portando da Michail Gorbaciov aveva meno di 20 anni quando l’«uomo della perestroika» salì al potere nel 1985. 

«Eravamo un impero quando arrivò al Cremlino, e quando se n’è andato, sei anni dopo, era andato tutto in fumo. Ci ha venduti all’Occidente. Ci ha portati al collasso».
Gli ricordo che è stato Boris Eltsin a firmare la condanna a morte dell’Unione Sovietica. Il leader dell’allora Repubblica Russa aveva infatti orchestrato un piano segreto (e folle) con i presidenti di Ucraina e Bielorussia che lasciava Gorbaciov senza una nazione da governare. Il 25 dicembre 1991 l’Urss non esisteva più.


 «A Gorbaciov mancavano le palle; avrebbe dovuto sbattere Eltsin in galera e fargli vedere chi comandava. Stalin avrebbe fatto così».


A 25 anni dalle sue dimissioni, l’opinione dei russi nei confronti di Gorbaciov si va lentamente ammorbidendo, soprattutto tra i liberali, disgustati dall’autoritarismo di Vladimir Putin, ma Yuri fa parte dell’altra fazione, quella maggioritaria. «Diglielo da parte mia, al vecchio, che è stato un debole!» mi dice Yuri mentre esco dall’auto davanti alla Fondazione Gorbaciov.


Quando la porta del suo studio privato si apre, Gorbaciov, 85 anni, compare e mi saluta calorosamente. Ha un aspetto fragile, è un po’ duro d’orecchi e avanza lentamente aiutandosi con il bastone. Prende posto in un’ampia poltrona di pelle, accenna a quattro operazioni chirurgiche e al diabete che lo affligge, ma nemmeno questo riesce a offuscare la sua tempra, il suo fascino e il suo brio.

Siamo seduti da appena cinque minuti quando nomina Raissa, morta di leucemia nel 1999, con cui ha condiviso 46 anni di matrimonio e una profondissima amicizia. I due, inseparabili, si erano incontrati all’università e nel 1953, anno della morte di Stalin, si sposarono. Gorbaciov mi racconta che ogni mattina, per tutti quegli anni, facevano una passeggiata di sei chilometri. «Ogni giorno, ovunque fossimo e con qualsiasi tempo: nemmeno neve e temporali ci fermavano. Anche perché Raissa adorava il temporale, se io dicevo “Per l’amor del cielo, stiamo a casa”, lei mi rispondeva tutta contenta: “Dai andiamo!”. E così mi sono abituato a camminare sotto la pioggia. Quando è morta ho smesso di fare passeggiate e la mia salute è peggiorata».


 


La tendenza di Gorbaciov a tenere discorsi lunghi e sconclusionati ha ispirato molte barzellette negli anni del suo governo. Lo stesso vale per la sua abitudine a parlare di sé in terza persona. A distanza di un quarto di secolo queste caratteristiche sono ancora evidenti e accompagnano un’ossessiva dimostrazione di disprezzo nei confronti di Eltsin per la «slealtà» con cui l’ha spodestato. È questo il leitmotiv che fa da sfondo a quasi tutte le sue conversazioni.
Annuncio di avere in serbo parecchie domande, e Gorby mi raggela: «Non si preoccupi, le limitiamo noi il tempo a disposizione».

Il suo ultimo libro, Il nuovo muro (Sperling & Kupfer, 408 pagine, 22 euro) è una raccolta di riflessioni, articoli e interviste sulle condizioni della Russia dalla sua salita al potere, nel 1985, a oggi. Che cosa c’è di nuovo rispetto alle sue memorie precedenti?  «Voglio che la gente senta il mio punto di vista in un momento in cui la situazione internazionale è per me motivo di grande preoccupazione. Per la Russia, la libertà e la cooperazione con gli Usa sono stati il frutto di ardue battaglie. Ma come siamo arrivati sull’orlo del baratro? Voglio spiegare le radici del problema, non posso nascondere la testa sotto la sabbia».


Negli ultimi due anni Gorbaciov, l’uomo che forse più di tutti si è speso per abbattere la cortina di ferro e porre fine alle reciproche minacce nucleari con gli Usa, ha indossato i panni del profeta per metterci in guardia contro il pericolo di una nuova Guerra fredda e una corsa agli armamenti.

Dopo l’elezione di Putin a presidente della Russia 16 anni fa, il Paese è diventato molto meno democratico e ha visto deteriorarsi considerevolmente i rapporti con gli Stati Uniti. Con l’annessione della Crimea due anni fa e la partecipazione clandestina del Cremlino alla guerra nell’Ucraina orientale, le relazioni della Russia con l’Occidente si sono incrinate come non succedeva dai tempi della crisi dei missili di Cuba del 1962.


L’America e l’Europa, con un’azione senza precedenti, hanno imposto sanzioni punitive alla Russia, che ha reagito ponendo il veto all’importazione di numerosi prodotti occidentali. Era dal picco della Guerra fredda che i rapporti personali tra i capi di Stato russo e statunitense non erano così tesi. A complicare ulteriormente la situazione, negli ultimi due anni la Russia ha sposato una linea revanscista, reazionaria, isolazionista e profondamente antiamericana.


La sua opinione su Putin, demonizzato in Occidente, è ambigua. Negli anni successivi alla sua ascesa al potere,  Gorbaciov lo aveva sostenuto pubblicamente nonostante Putin avesse già dimostrato le proprie tendenze autocratiche. Gorbaciov scusò i comportamenti del nuovo presidente in diverse occasioni.


Poi Gorbaciov ha mosso critiche più esplicite a Putin, già al potere da un decennio in più di lui e in odore di riconferma per altri otto anni. In particolare Gorbaciov si è scagliato proprio contro il fatto che Putin stia rimanendo in carica così a lungo, condannando inoltre l’annullamento delle riforme democratiche, la repressione del dissenso e il bavaglio ai media, descrivendo il governo di Putin come un covo di «ladri e corrotti».

 «Sono un sostenitore della libertà di scelta, di religione, di parola. Sempre e comunque libertà. Piuttosto sparatemi, ma alla libertà non volto le spalle» afferma. Perché è sempre stato così cauto nelle critiche a Putin? «Sono molto prudente quando si tratta di criticare gli altri. Ho sempre dichiarato espressamente che il futuro per la Russia non può che essere la democrazia, con libertà di stampa ed elezioni libere e regolari».


Ma quando passiamo all’annessione della Crimea, l’azione che ha maggiormente incrinato i rapporti tra Putin e l’Occidente, Gorbaciov è molto più in sintonia con il Cremlino di quanto vorrebbero i suoi sostenitori occidentali. «Al posto di Putin avrei agito allo stesso modo» ribadisce. Protesto che l’annessione è stata illegale.


«La libera volontà popolare e la maggioranza dei cittadini della Crimea voleva che fosse riannessa alla Russia» replica. Insisto e gli dico che Gorbaciov, l’uomo che ha contribuito alla caduta del Muro di Berlino rifiutandosi di reprimere le sommosse popolari nell’Europa dell’est, non avrebbe annesso la Crimea. La sua risposta è ancora più eloquente: «L’unico vero motivo per cui non lo avrei fatto è che, se fossi rimasto al potere, avrei tenuto in vita l’Unione Sovietica e la Crimea ne farebbe ancora parte».


Gorbaciov sostiene che l’origine della crisi tra la Russia e l’Occidente sia da attribuire al trionfalismo americano alla fine della Guerra fredda e alle successive amministrazioni americane che hanno ripetutamente sprecato le possibilità di collaborare con la Russia, annullando la fiducia e il dialogo che lui aveva costruito.


Uno dei motivi per cui la sua perestrojka è naufragata senza possibilità di salvezza è stato il sostegno dell’America a Eltsin che, a differenza di Gorbaciov, era diventato fortemente anticomunista ed era contento di assistere alla disintegrazione dell’Unione Sovietica.


«Sotto al tavolo, gli americani si stavano già sfregando le mani soddisfatti. Pensavano di essere i vincitori della Guerra fredda invece di riconoscere  il nostro ruolo nel portarla a termine»  afferma Gorbaciov. «Pensavano di essere a capo del mondo; non erano sinceramente interessati ad aiutare la Russia a diventare una democrazia stabile e forte. Pensavano a spartirsela. E hanno demolito la fiducia che avevamo costruito».


Sostiene che quando l’economia sovietica collassò a causa dell’introduzione delle sue riforme rivoluzionarie, l’America avrebbe dovuto aiutare Mosca finanziariamente. «Non lo fece perché era troppo presa dalla costruzione di un “mondo unipolare” da lei stessa governato. La responsabilità maggiore è di Washington, prosegue, perché ha ostacolato il riavvicinamento tra America e Russia». Sembrano parole di Putin. Anche Gorbaciov infatti è fortemente critico riguardo il graduale allargamento della Nato verso est, nel territorio dell’ex Unione Sovietica.


Gli dico che ritengo comprensibile la riluttanza americana ad aiutare un vecchio nemico sottomesso a diventare un forte rivale e che lui avrebbe certamente fatto lo stesso se la situazione fosse stata inversa. «Nyet! Nyet!» esclama lui con veemenza: «Io no».

L’Occidente ha criticato aspramente Putin per aver definito in un discorso del 2005 la dissoluzione dell’Unione Sovietica come «la più grande catastrofe del XX secolo». Gorbaciov e Putin sono due leader profondamente diversi, ma se si analizza la fine dell’impero sovietico la loro somiglianza è impressionante.


Il più grande rimpianto di Gorbaciov è quello di non essere riuscito a evitare il collasso dell’Unione Sovietica. «Mi rammarico che un grande Paese con grandi potenzialità e risorse sia scomparso. La mia intenzione è sempre stata quella di riformarlo, non distruggerlo».


Gli faccio notare l’amara ironia secondo cui in patria viene criticato, mentre all’estero viene osannato per il suo ruolo nel tramonto dell’Unione Sovietica, ma la verità è che l’opinione pubblica sembra non capire che questa era l’ultima cosa che voleva. «Lei è senz’altro il leader più incompreso del mondo. La gente ancora oggi non la capisce» gli suggerisco. «Capiranno, capiranno» ribatte lui con un sorriso. «Serve pazienza». 

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