Paolo Papi

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 Ritorna, a docici anni dalle prime rivolte nei sobborghi di Parigi, l'incubo di una nuova ondata di violenze nelle banlieu.

A scatenare la rabbia dei giovani di orgine araba nordafricana, protagonisti per la terza notte consecutiva di duri scontri con la polizia, è stato un episodio apparentemente minore, esattamente come era avvenuto nel 2005: l'arresto durante una retata antidroga avvenuta giovedì scorso di un giovane 22ennne di origine africana nel quartiere settentrionale di Aulnay-sous-Bois, alle porte di Parigi.

Il ragazzo, di nome Theo, che è stato operato e ricoverato nel vicino ospedale con ferite all'ano e numerose ferite alla testa e al volto, sarebbe stato sodomizzato con un manganello telescopico mentre, in piedi, veniva perquisito.

Il "guaio", per i quattro agenti che stavano effettuando la retata, è che l'abuso è avvenuto sotto gli occhi di una telecamera e che le autorità non hanno potuto far altro, a quel punto, che sospendere i quattro agenti, uno dei quali responsabile diretto della violenza a sfondo razziale e sessuale. Il racconto di Theo alla tv BFM, dopo la dimissione nell'ospedale, ha gettato ulteriore benzina sul fuoco. Non ha lasciato molti dubbi sulla dinamica della violenza: «I poliziotti non facevano che insultarmi. Sapevo che dove ci trovavamo non c'erano telecamere, sono riuscito a divincolarmi e sono arrivato dove c'erano. Non ho tentato di fuggire». 

La versione dell'agente di polizia, che ha sostenuto si sia trattato di un semplice incidente, ha innescato subito, come prevedibile, proteste pacifiche, ma anche scatenato la rabbia dei giovani di Aulnay-sous-Bois per calmare i quali non è bastato l'appello alla calma lanciato da Aurelie, sorella maggiore di Theo, durante una manifestazione di protesta a cui hanno partecipato centinaia di persone. 26 persone fermate durante gli scontri, cinque veicoli dati alle fiamme, il tentato incendio a due ristoranti:  è un primo bilancio, solo parziale, di quello che è avvenuto sabato e domenica notte, a dimostrazione del clima di esasperazione che cova sotto le ceneri dei quartieri popolari alle porte di Parigi e che, secondo molti osservatori, rischia di allargarsi anche ad altre aree periferiche.

LE RAGIONI DELLA PROTESTA

Gli scontri  si inquadrano in un clima, in una progressiva erosione dei valori della Republique, di cui gli attentati al Bataclan e prima a Charlie Hebdo sono stati soltanto la punta dell'iceberg.

L'illusione integrazionista offerta dalla «diversità» della Repubblica, cui hanno creduto per decenni generazioni di francesi,  sta entrando in crisi. Come in crisi sono i simboli di un Paese che da un lato continua a promettere «egalité, fraternité, liberté»  e che dall'altro, a larghe fasce della sua popolazione, in gran parte giovani francesi di origine stranieracresciuti nel Paese della Rivoluzione, sembra offrire soltanto un'esistenza di precarietà  che sfocia, secondo molti, in un regime segregazionista soft. Oggi Aulnay-sous-Bois si è risvegliata in un clima di assedio poliziesco. 

I protagonisti della sollevazione, come nel 2005, non sono - giova ripeterlo - immigrati di primo pelo o sans papiers. E nemmeno integralisti infiammati dalla propaganda paleoreligiosa dei mullah delle moschee. I giovani protagonisti di quest'ultima jacquerie - certo, meno estesa di quella del 2005 anche per il senso di responsabilità della famiglia della vittima -  sono soprattutto cittadini francesi, nati da genitori immigrati in Francia anche negli anni 60,  cresciuti in quartieri ghetto a contatto, come nel film L'Odio di  Mathieu Kassowitz (1995), con identità radicate basate sul destino comune, sull'appartenenza etnica, sempre più spesso sulla religione, che  si sono sviluppate - quasi a insaputa di gollisti e sinistre -  nel cuore e nelle viscere dello Stato dell'egalité e dei citoyennes.

La rabbia dei giovani che si sono riversati sulle strade dopo che la notizia della violenza contro Theo si era diffusa non nasce nemmeno dallo sfruttamento del lavoro, nasce - scrivono i più avvertiti sociologhi francesi -  dall'esclusione.  Non è nemmeno un problema di povertà materiale, perché nelle periferie parigine una vasta rete di economia informale e clandestina consente a tutti, bene o male, di tirare a campare, di mangiare tutti i giorni, di vestirsi anche con marche alle moda, anche quando non c'è lavoro.

La rabbia delle banlieu  - scatenata da un'operazione di polizia brutale e insensata, ma sempre pronta a esplodere in Francia - è la rabbia di chi si sente escluso, che subisce ogni giorno le operazioni spesso percepite come arbitrarie di una polizia (i «keufs») ai cui vertici, a oltre trent'anni dalle prime ondate migratorie proveniente dalle colonie, continuano a esserci quasi sempre i bianchi, per altro favoriti, a dispetto dell'«egalité» promessa, in tutti i concorsi pubblici. È quest'altra Francia, che è cresciuta lontano anni luce dalla retorica egualitaria dello stato della Rivoluzione, che è diventata insieme agli arbitri polizieschi il principale e più impellente problema  sociale del Paese.

Vivere nelle periferie sterminate di Parigi, scrive la stampa specializzata, significa  scuole peggiori, difficoltà di accesso al mondo del lavoro e alle università, essere discriminati nelle relazioni sociali per il proprio cognome o per il colore della pelle. Vivere in un Paese nel Paese, dove il tasso di disoccupazione  è cinque volte la media nazionale, dove, specie dopo gli attentati, prendere in affitto una casa è ormai quasi impossibile, dove la retorica sul Paese dell'egalité suona come una beffa. Il ghetto diventa, per migliaia di francesi di origine araba o africana, una condizione cronica, una condanna sociale perpetua, una prigione dalla quale è difficile evadere. Se non a costi troppo alti, come dimostra la rivolta di questi giorni e come dimostrano gli attentati terroristici.  

Il vero problema di questo pezzo di Francia, al di là delle risposte  militari, è l'incapacità della politica francese di farsi carico del disagio di questi giovani, di incanalare la loro rabbia in un progetto  politico nazionale minimamente  spendibile. Sono i giovani francesi che vivono nelle banlieu i veri grandi assenti del dibattito pubblico nelle presidenziali. Persino quelle che un tempo erano le banlieu  rosse, dove  i comunisti e i socialisti riuscivano a ottenere una maggioranza bulgara, sono ora diventate un deserto politico, dove  attecchiscono solo l'economia illegale e spesso un comune senso di appartenenza etnica, di clan e religiosa. I francesi bianchi e poveri di queste periferie, spesso ex  operai di sinistra ormai pensionati, si rifugiano  in un lepenismo difensivo, mentre gli immigrati di terza generazione si danno a ogni genere di traffico oppure, come  disse profeticamente nel 2005 il ministro degli Esteri francese, lo chiracchiano di ferro Philippe Douste-Blazy,  si gettano nelle braccia dei predicatori dell'odio. «Demolita l'integrazione, in questi quartieri si diffonderà per disperazione un radicalismo basato sulla religione».

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