Esteri

Perché non ci può essere un solo colpevole per Nassirya

A 16 anni dalla strage in cui morirono 19 italiani l'unico a pagare è il Gen. Bruno Stano. Ma i parenti delle vittime non ci stanno

Nassirya

Fausto Biloslavo

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Non riesco a imputare la colpa della morte di mio figlio Massimo a una sola persona, al generale Stano. Non è giusto. Sopra di lui c’erano dei superiori. La responsabilità non può essere solo sua» sottolinea con Panorama Berta Crainz, senza esitazioni. Assieme al marito, il generale Alberto Ficuciello scomparso nel 2016, ha subìto la terribile perdita di un figlio caduto nella strage di Nassirya. Il 12 novembre 2003 un camion bomba del terrore jihadista ha sventrato base Maestrale uccidendo 19 italiani (12 carabinieri, cinque dell’Esercito, due civili) e otto iracheni.
Il più grave attentato delle nostre missioni all’estero dopo la Seconda guerra mondiale è tornato alla ribalta con la condanna definitiva in Cassazione del generale Bruno Stano, che comandava il contingente a Nassirya. La sentenza del 10 settembre scorso stabilisce che l’alto ufficiale, accusato di avere sottovalutato il pericolo nonostante i ripetuti allarmi dell’intelligence, dovrà risarcire parenti di vittime e feriti, che si sono costituiti parte civile. Si parla di una cifra fra i 70 e 80 milioni di euro. Stano, come il suo predecessore, generale Vincenzo Lops e l’allora colonello dell’Arma, che comandava base Maestrale, Georg Di Pauli, sono stati tutti assolti nei processi penali.

Dopo 16 anni l’ex comandante della brigata Sassari è l’unico a dovere risarcire i familiari delle vittime. «Non mi sento assolutamente colpevole. Sono altri che dovrebbero sentirsi in colpa lungo la catena di comando. Ma in Italia qualcuno deve fare da capro espiatorio» spiega con amarezza il generale. Il camion bomba trasportava 4 tonnellate di esplosivo rispetto ai 500 chili che hanno fatto saltare in aria il giudice Giovanni Falcone. «Per proteggere la base da un attacco del genere bisognava alzare una protezione alta 12 metri e profonda 10» osserva Stano. «E nel raggio di 400 metri attorno alla barriera avremmo dovuto cacciare la gente dalle case e bloccare la circolazione». Non c’era la volontà, né il personale, né i soldi che venivano centellinati dal comando di Bassora. Però tutti sapevano, a cominciare dai terroristi, che base Maestrale era un obiettivo a un passo dal ponte Alfa, il primo sul fiume Eufrate che taglia in due Nassirya.

Margherita Caruso, vedova del brigadiere dei carabinieri Giuseppe Coletta, vittima della strage, ha postato il 15 settembre sulla pagina Facebook «Io sto con il generale Stano», con oltre 3 mila iscritti, un pesante j’accuse. «Se vi è qualcuno (…) colpevole di avere sottovalutato il pericolo grande che vi era a stare così esposti in un contesto ancora di guerra, bisogna cercare a monte della vicenda e non, dopo 16 anni, dando colpe a un’unica persona» scrive la vedova, che come altri non si è costituita parte civile contro Stano. E dopo la sentenza in Cassazione fa nomi e cognomi: «Ma com’è possibile che per una missione organizzata da altri, voluta dal nostro governo, gestita dal ministero della Difesa, con a capo Martino, dal capo di Stato maggiore dell’epoca, Mosca Moschini, dal presidente del Consiglio, sempre di allora Silvio Berlusconi, com’è possibile, e lo ribadisco, che venga condannato un solo uomo e civilmente (…)?». Il generale Rolando Mosca Moschini, soprannominato nell’ambiente militare «Highlander», ancora oggi, a 80 anni, è consigliere militare al Quirinale. Nel 2003 era il capo di Stato maggiore della Difesa, il più alto in grado nei vertici militari al di sotto solo del ministro Antonio Martino. Ed era perfettamente al corrente della situazione a Nassirya.
«Il regista Stefano Rolla (morto nella strage, ndr) e un suo assistente erano arrivati il giorno prima per girare un film a Nassirya» ricorda Stano con Panorama. «Lo stesso comando di Roma che m’informa del rischio di attentati autorizza una troupe di civili?». Il generale ribadisce che pochi giorni dopo avere assunto il comando, l’8 ottobre, chiese «rinforzi compresi carri armati ed elicotteri d’attacco. Non sono mai arrivati neppure dopo l’attentato. L’immagine della missione era umanitaria, di pace. Per questo non si potevano mostrare i mezzi pesanti».

I carabinieri si erano insediati a base Maestrale secondo il concetto della stazione dell’Arma in Italia, in mezzo alla popolazione. Un’arma a doppio taglio nell’Iraq del dopo Saddam. «Ne avevano due a Nassirya, una di fronte all’altra, sulle sponde opposte del fiume. La dottrina dell’esercito è controllare le città dall’esterno. E io avevo dei vincoli: non potevo ordinare ai carabinieri di lasciare la base» attaccata il 12 novembre.
Uno dei feriti dell’esplosione, l’allora appuntato scelto dell’Arma, Pietro Sini, è convinto che «il generale Stano sia un capro espiatorio». Il carabiniere si ricorda bene che già il giorno prima della strage il traffico era sensibilmente diminuito. La mattina del 12 novembre, quando è scattato l’attacco kamikaze, non c’era anima viva in giro. «Cosa hanno fatto i nostri ufficiali?» si chiede Sini, che ha restituito la medaglia al valore per protesta. «Come operativi avevamo chiesto di chiudere la strada con alcuni mezzi blindati, ma non è mai stato autorizzato».
I coniugi Ficuciello, che hanno perso un figlio a Nassirya, non si sono mai costituiti parte civile nei processi. «La scelta rispecchia la fiducia nell’istituzione militare e i nostri convincimenti etici» spiega la signora. «Abbiamo cercato di essere degni di nostro figlio, volontario in quella missione. Nessuno riporterà in vita Massimo, però mi chiedo perché non sia stata istituita una commissione parlamentare d’inchiesta».

Forse avrebbe alzato il velo sulle responsabilità della catena di comando. Alcuni ex generali si sono schierati dalla parte di Stano lanciando l’allarme sull’effetto della sentenza. Mauro Del Vecchio, che ha comandato le missioni in Kosovo e Afghanistan, è «turbato e preoccupato. Mi chiedo cosa accadrà, con questo precedente giuridico, a tutti i comandanti nei teatri operativi, che devono assolvere a un mandato e confrontarsi con una realtà difficile, con aspetti imprevisti, al limite del conflitto».
L’ex capo di Stato maggiore dell’Areonautica, Leonardo Tricarico, è ancora più netto: «Chi mai vorrà comandare anche un piccolo drappello in una missione all’estero o in Italia se verrà ritenuto personalmente responsabile della morte di un suo sottoposto?».
L’Assoarma, che comprende 39 realtà associative con 800 mila associati, invita il governo a prevedere «forme assicurative che tutelino i comandanti e le loro famiglie da eventi simili a quello che ha coinvolto il generale Stano».
Il diretto interessato confessa l’amarezza nei confronti della Difesa: «Dopo 16 anni mi hanno lasciato solo. Sono stato abbandonato».
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