Esteri

Moqtada Sadr e la rivolta sciita contro il governo di Baghdad

I sostenitori dell’influente leader religioso minacciano la tenuta dell’esecutivo del premier Al-Abadi. E l'Isis è pronto ad approfittare del caos

Isis

Un combattente sciita di Moqtada al-Sadr a Najaf in guerra contro Isis – Credits: HAIDAR HAMDANI/AFP/Getty Images

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L’irruzione nella Zona Verde di Baghdad e l’assalto al parlamento nel week end scorso da parte di migliaia di manifestanti sciiti, sono solo un assaggio delle tensioni che il fragile governo del premier Haider al-Abadi dovrà affrontare nelle prossime settimane. Il primo ministro sta cercando di formare un esecutivo tecnico. Ma la situazione nella capitale e in tutta l’area circostante è sempre più instabile, come dimostrano gli ultimi attentati kamikaze rivendicati o attribuiti allo Stato Islamico. Il bilancio dell’ultimo attacco, avvenuto a sud-ovest di Baghdad nel distretto sunnita di Saydiya, è di almeno 20 morti, pellegrini sciiti che si stavano recando alla tomba dell’Imam Mussa al Kadhim, il settimo di 12 imam venerati dai sciiti, è morto nel 799 dopo Cristo di cui ricorre l’anniversario della morte. Nei giorni precedenti oltre 30 persone erano state uccise a Samawah, città a maggioranza sciita a sud della capitale Baghdad. Con questa escalation di offensive i miliziani del Califfato puntano a sfruttare la situazione di caos per avvicinarsi il più possibile al centro della capitale e all’area di massima sicurezza dove hanno sede le istituzioni governative e le ambasciate.

 Le proteste contro il governo di Al-Abadi sono fomentate dell’influente leader sciita Moqtada Sadr. Dopo un silenzio durato un anno e mezzo, il 19 maggio del 2015 Sadr era tornato a parlare alla comunità sciita irachena lanciando un avvertimento al governo di Al-Abadi e un messaggio di sfida al Califfo Al Baghdadi.

 

Il profilo di Moqtada Sadr
Figlio dell’ayatollah Muhammad Sadiq Sadr, assassinato nel 1999 dal regime di Saddam Hussein, Moqtada Al Sadr era poco conosciuto oltre i confini iracheni prima dell’invasione americana nel marzo del 2003. È stato allora che ha fondato l’Esercito del Mahdi, l’armata protagonista dell’insurgency irachena contro le truppe di occupazione a Najaf, Kerbala, Bassora e Sadr City. Al Sadr è entrato ben presto in rivalità con i due più grandi ayatollah iracheni, Kazim al-Hairi e Ali Sistani, e per promuovere la sua immagine, oltre ai sermoni del venerdì, ha creato anche un settimanale, Al Hawzah, bandito dalle autorità irachene perché incitava all’odio e alla violenza contro i militari americani.

 Nel 2004 un tribunale iracheno ha emesso un mandato d’arresto nei suoi confronti per l’accusa dell’omicidio del leader moderato sciita Abdul Majid al-Khoei. Mandato che è stato poi ritirato per porre fine alle ostilità con gli americani grazie anche alla mediazione di Ali Sistani. Nonostante ciò, l’Esercito del Mahdi ha continuato a essere una spina nel fianco per gli Stati Uniti. In un rapporto diffuso dal Pentagono in quegli anni, l’armata di Sadr è stata descritta come la più grande minaccia per la sicurezza dell’Iraq – ancor più di Al Qaeda – per la sua capacità di infiltrarsi fino ai vertici dei ministeri dell’Interno e della Difesa di Baghdad con il sostegno dell’intelligence iraniana.

 Moqtada Al Sadr è entrato ufficialmente in politica nel 2005. Raccogliendo attorno a sé il consenso di molte comunità sciite dell’Iraq, ha sfruttato la sua popolarità per ottenere un ruolo di rilievo nel governo del premier sciita Nuri Al Maliki. Ma nell’aprile del 2007, il suo partito, il Movimento Sadrista, ha rotto con il governo e i suoi sei ministri si sono dimessi. All’inizio del 2007 si è trasferito in Iran nella città santa di Qom, dove ha approfondito i suoi studi religiosi, per tornare a Najaf nel 2011. Nel frattempo ha ordinato prima, nell’agosto del 2008, la sospensione a tempo indefinito delle attività militari dell’Esercito del Mahdi e successivamente, nel 2014, la formazione delle Brigate della Pace.

 Estremista, politico e religioso poco incline al dialogo, Moqtada Al Sadr rappresenta un pericolo per tutti in Iraq. Per gli Stati Uniti, che non hanno dimenticato le centinaia di perdite subite negli scontri contro l’Esercito del Mahdi e che mai accetteranno di appoggiare con l’aviazione offensive in cui sono impegnate sue milizie. Per l’attuale governo iracheno, che prima o poi dovrà fare i conti con la sua influenza politica. E anche per lo Stato Islamico, che rischia di trovare in lui il nemico più difficile

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