Esteri

Mogherini: cinque anni di luci e ombre

L'Alto rappresentante per la politica estera dell'Unione europea si avvia alla conclusione del suo mandato. Quale il bilancio?

Federica Mogherini

Anna Maria Angelone

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A Bruxelles le riconoscono di essere seria e concreta. Perfino i suoi detrattori la chiamano la «secchiona». Una che studia i dossier e si prepara con scrupolo. Descritta dagli uomini «corretta ma fredda», dalle donne «gentile ma ferma». Per i colleghi, invece, Federica Mogherini è socievole e informale, una da «diplomazia Whatsapp». Molto diversa da Catherine Ashton, che l'ha preceduta nella carica di Alto rappresentante per la politica estera dell'Unione europea: la baronessa volava a Londra dalla famiglia ogni weekend, spegnendo il cellulare. Mogherini, invece, si è subito trasferita in pianta stabile a Bruxelles dalla sua Roma della quale, ha confessato in un'intervista a Vogue, rimpiange soprattutto la luce e i colori dei tramonti.

I critici, però, non mancano. E a «lady Moscerini» rinfacciano di tutto: il trascorso giovanile in Fgci, il velo indossato ad agosto 2017 per la cerimonia d'insediamento del secondo mandato del presidente Hassan Rouhani, l'ininfluenza su questioni cruciali come Libia e immigrazione, l'arrendevolezza verso la Russia di Putin.

Brexit, Trump e crisi siriana: i tre imprevisti sulla sua strada

Come tutti i vertici istituzionali europei, anche Mogherini si è impegnata nell'ardua impresa di far parlare l'Ue al mondo con una sola voce. Una «mission impossible» quando i governi sono 28 e, fra questi, ci sono Parigi e Berlino, da sempre abituati a gestire in proprio la politica internazionale o i paesi di Visegrad, che bloccano ogni iniziativa sulla politica di immigrazione. Tanto più se, all'improvviso, il Regno Unito è in bilico per uscire dal club e l'elezione del presidente americano Donald Trump cambia la rotta politica del principale alleato nella Nato. Tutto questo mentre aumentano i conflitti lungo i bordi del Vecchio continente, come l'esplosione di Siria e Libia.

Più presente e collaborativa della Ashton

Funzionari, diplomatici ed eurodeputati di schieramenti diversi, tuttavia, concordano sull'assidua presenza di lady Pesc. «Mogherini viene in Aula a rispondere di persona, mentre Ashton è stata praticamente invisibile», sottolinea qualche onorevole.

Nel 2017, due ricercatori della London School of Economics hanno fatto un confronto fra le due esaminando frequenza, dichiarazioni ufficiali, collaborazione con gli altri commissari. Ebbene, in media, Catherine Ashton aveva partecipato a meno del 50 per cento delle riunioni di lavoro della Commissione europea con un imbarazzante 21 per cento nel 2014 (ultimo anno di incarico). Mogherini invece ha presenziato al 57,5 per cento degli incontri, raggiungendo nel 2015 la media di tutti gli altri commissari europei (pari al 64 per cento di presenze). Frutto, forse, anche della scelta di Mogherini di spostare il suo ufficio dalla sede del Servizio europeo di azione esterna al Berlaymont (il palazzo dell'Esecutivo Ue) fin dal primo giorno della sua nomina, il 1° novembre 2014.

Un trasferimento di poche decine di metri ma dal preciso valore simbolico, visto che lady Pesc ha un «doppio cappello» e risponde per metà al Consiglio europeo (ovvero ai 28 governi Ue) e per metà alla Commissione europea. Così, mentre la britannica Ashton parlava più spesso per conto suo (meno del 6 per cento di dichiarazioni congiunte con altri commissari), la Mogherini ha condiviso molte posizioni con i colleghi di stanza al Berlaymont, dimostrando maggiore attenzione alla collegialità.

Uno staff al femminile

Per il resto, Mogherini ha macinato miglia di volo. Il giornale americano Politico, a metà del suo mandato quinquennale, calcolò che la 45enne romana aveva già messo piede in 182 città di 72 diversi paesi. Solo nell'ultimo anno ha svolto 44 missioni, molte delle quali spostandosi in più luoghi nel giro di pochi giorni. Mogherini e il suo staff, composto da molte donne a partire dal suo stretto consigliere, il segretario generale Helga Schmid, e dalla sua portavoce Maja Kocijancic, hanno lavorato sodo: fino a sedici ore al giorno, sette giorni su sette. Notti comprese. Come quella, il 14 aprile dello scorso anno, passata al telefono con Washington mentre gli aerei americani sferravano il raid in Siria. Un super impegno che, pare, alla fine abbia pesato anche sulla sua vita privata nel legame con Matteo Rebesani, conosciuto ai tempi del comune lavoro al fianco di Walter Veltroni. Con quali risultati?

Promossa a pieni voti su Iran,

Sull'accordo fra Ue e Iran, fiore all'occhiello dei suoi cinque anni, molti malignano che il grosso del lavoro era stato fatto dalla Ashton. Mogherini, però, ha saputo cogliere l'attimo e portare a casa il risultato se è vero che Wendy Sharman, uno dei negoziatori americani dell'ultima fase del 2015, ha commentato: «Mogherini ha avuto il tocco giusto al momento giusto». Un tocco per il quale a Mogherini è giunto il plauso perfino di Barack Obama che l'ha chiamata per congratularsi. Un risultato diventato fragile con l'arrivo di Donald Trump.

Sempre il quotidiano americano Politico l'ha promossa anche sulla difesa, dove Mogherini ha provato a gettare un seme in più per costruire l'obiettivo, sempre annunciato ma mai realizzato, dell'esercito comune e un rapporto di collaborazione nella Nato del futuro. Meno lusinghiero il giudizio sulla sua azione nei Balcani, ritenuta insufficiente.

Accuse per la sua politica su Mosca e Cuba

Di certo Mogherini non può vantare la lunga esperienza e il passo da navigato politico dell'ex segretario generale della Nato Javier Solana, il primo a ricoprire la carica per forgiare la diplomazia europea. Ma conosce bene le lingue (inglese e francese, consolidato durante un Erasmus alla Sciences Po ad Aix-en-Provence mentre preparava la sua tesi di laurea) ed è attenta alla comunicazione.

«Mogherini ha avuto due penalità» confessa un diplomatico. «L'inesperienza dovuta anche alla sua giovane età e la presenza di Frans Timmermans». Il politico olandese, noto in Italia per parlare fluentemente l'italiano ed essere uno sfegatato tifoso della Roma, è, come lei, socialista. Juncker, però, lo ha nominato primo vicepresidente della Commissione europea e questo ruolo esecutivo gli ha regalato anche la leadership nel gruppo politico. Insomma, a Mogherini è mancato lo strumento per coagulare a suo sostegno il consenso politico almeno dei governi europei di centrosinistra.

I critici di Mogherini non le perdonano qualche viaggio di troppo a Cuba e il suo atteggiamento su Mosca. Sono soprattutto i paesi dell'Est e dei baltici ad accusarla di eccessiva morbidezza. Dalla crisi della Crimea nel 2014, con le conseguenti sanzioni contro il Cremlino, Mogherini ha evitato di tirare ancora la corda. Così provocando le ire di quei paesi che non hanno mai dimenticato il giogo della dominazione sovietica. E qui hanno tirato in ballo la sua nazionalità: difende gli interessi economici dell'Italia, che nella Russia ha un grande partner commerciale.

Troppo europea e poco italiana

Opposto il giudizio dei nostri connazionali a Bruxelles. Per molti dei quali la vera pecca di Mogherini, semmai, è stata proprio il suo europeismo. «È diventata più cattolica del Papa» confida qualcuno. «Se i commissari europei sono sempre con un occhio a Bruxelles e con l'altro alla capitale che li ha nominati, Mogherini sembra essersi dimenticata la sua provenienza». Altri, però, dubitano sulla scelta di un incarico di peso ma ancora dai poteri limitati.

«La Pesc è una casella strana» confida un funzionario europeo. «È di prestigio, dà grande visibilità alla carica ma non al paese che la esprime». Finché la politica estera resterà saldamente in mano ai governi, non si può chiedere di più.

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