Rocco Bellantone

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Joaquin "El Chapo" Guzman, il boss del cartello di Sinaloa considerato il più ricco e potente narcotrafficante del mondo, è stato estradato negli Usa dal Messico. Ecco un suo ritratto, scritto nel periodo della sua ultima fuga.

di Rocco Bellantone

Una fuga dal carcere che sta mettendo pressione non solo sul governo del Messico ma anche su quello degli Stati Uniti. A sedici mesi dal suo arresto, avvenuto il 22 febbraio del 2014, Joaquin “El Chapo” Guzman, leader del potente cartello della droga messicano di Sinaloa, ha scelto un modo spettacolare per riprendersi la libertà. L’11 luglio il boss criminale, considerato il narcotrafficante più pericoloso del mondo, è evaso dal carcere di massima sicurezza di Altiplano, situato circa 90 chilometri a ovest della capitale Città del Messico. È la seconda volta che riesce in questa impresa. Nel 2001, dopo tredici anni passati dietro le sbarre, era infatti riuscito a fuggire dal carcere federale di Puente Grante a Guadalajara, nello Stato di Jalisco, nascondendosi in un carrello della lavanderia.

 Per il governo del presidente Enrique Peña Nieto, uscito indenne dalle ultime elezioni di medio termine del 7 giugno, assorbire questo colpo non sarà facile. Dal suo insediamento nel dicembre del 2012 Nieto ha infatti posto come priorità del suo mandato la sicurezza del Paese e la lotta al narcotraffico. Soprattutto nell’ultimo anno, con la cattura di decine di narcotrafficanti di alto livello, si è guadagnato il favore del presidente degli Stati Uniti Barack Obama, il quale ha puntato in maniera convinta su di lui per arginare i flussi di immigrati irregolari e i traffici di droga che attraversano il Messico e arrivano in territorio americano. Con “El Chapo” di nuovo a piede libero, per Nieto la strada torna però di nuovo in salita.

I tunnel del cartello di Sinaloa
Per fuggire questa volta il capo del cartello di Sinaloa ha scelto la via sotterranea infilandosi in un tunnel e spuntando a 1.500 metri di distanza in un edificio abbandonato senza che nessuno se ne accorgesse. Stando ai dettagli forniti dagli ufficiali della polizia messicana e dai funzionari del carcere di Altiplano, le guardie si erano iniziate a insospettire quando hanno notato che Guzman tardava a rientrare dalla doccia, un’area che per questioni di privacy non può essere sorvegliata dalle telecamere. Una volta sul posto le guardie hanno scoperto un buco che conduceva a un tunnel. L’ingresso era stato ritagliato su misura (C50 x 50 cm) per un uomo di piccole dimensioni come Guzman, conosciuto anche come “Shorty” per il suo fisico tarchiato (è alto 1,67 metri). In tutto il percorso prevedeva tre canali: un primo di un metro e mezzo di profondità, un secondo di 10 metri di profondità e un terzo (collegato al secondo da una scala) lungo 1.500 metri.

 

Mexico's Attorney General Gomez Gonzalez looks into the entrance of a tunnel connected to the Altiplano Federal Penitentiary and used by drug lord Guzman to escape, in Almoloya de Juarez

 

Non deve sorprendere la tattica di fuga utilizzata da “El Chapo”. Il cartello di Sinaloa, infatti, è specializzato nella costruzione di tunnel di cui da anni si serve non solo per organizzare evasioni ma anche per far arrivare carichi di droga e armi fino oltre il confine con gli Stati Uniti. Una rete di passaggi sotterranei molto sofisticata, dotata di sistemi di ventilazione, elettricità e addirittura binari. “Da anni, gli uomini di Sinaloa usano i tunnel per contrabbandare droga nella zona di Nogales, sul confine tra Messico e Arizona – spiega sul Corriere della Sera Guido Olimpio -. La cittadina è considerata la ‘capitale’ delle narco-gallerie scavate vicino a una grande condotta d’acqua o per collegare accessi creati in edifici poco distanti dal muro. L’altro punto sensibile è quello di Otay Mesa, a sud di San Diego. Dal 1970 sulla frontiera USA-Messico ne sono stati scoperti quasi 180, di misure e costi diversi. Le talpe possono lavorare da 4-5 mesi fino ad un anno. La spesa varia tra gli 800 mila dollari e il milione”.

 “Non sarebbe una sorpresa – prosegue Olimpio – se gli ‘amici’ del padrino (Guzman, ndr) avessero mobilitato una squadra di talpe specializzate, quelle che agiscono alla frontiera con gli USA. Esperti consultati dai media messicani sostengono che la realizzazione della galleria per l’evasione ha richiesto un lavoro durato molti mesi, forse un anno. Con gli scavatori – alternati in gruppi da 4 – costretti a spostare montagne di terra. Resta da capire come nessuno se ne sia accorto visto che la casetta dove è sbucato il tunnel non era lontana dal penitenziario. Aspetto che alimenta i sospetti di complicità interne”.

 

L’arresto del 2014 e i rischi per il Messico
Sfruttando alcuni di questi tunnel “El Chapo” era riuscito a darsi alla macchia per anni prima di venire arrestato nel febbraio del 2014 mentre si trovava in un appartamento modesto insieme alla moglie e alle due figlie gemelle a Mazatlan, città situata lungo la costa del Pacifico a Sinaloa, nello stato in cui è nato e cresciuto. I reparti dell’intelligence americana che all’epoca avevano partecipato al suo arresto hanno raccontato che Guzman pochi giorni prima della cattura era riuscito a scampare a un blitz nella capitale dello stato di Culiacán grazie a un tunnel costruito sotto il pavimento del bagno dell’abitazione in cui si trovava. Un sistema di fuga perfetto: bastava infatti premere un tasto situato dietro lo specchio per far inclinare il pavimento di 90 gradi e dileguarsi nella rete fognaria della città.

 

A Mexican marine lifts a bathtub that leads to a tunnel and exits in the city's drainage system at one of the houses of Joaquin

 

Poche settimane dopo l’arresto di Guzman, il governo messicano ha deciso di non venire incontro alla richiesta di estradizione avanzata dagli Stati Uniti. Per il Messico occuparsi della sorveglianza di Guzman era diventata una sfida, un motivo di orgoglio. Adesso che invece  “El Chapo” è di nuovo libero, la questione diventa di sicurezza nazionale. E risolverla per il presidente Nieto non sarà affatto semplice.

 

La storia di Joaquin “El Chapo” Guzman
Cinquantanove anni, Joaquin Guzman è il signore della droga più ricercato dell’emisfero occidentale, il narcotrafficante più ricco e potente del mondo secondo la rivista Forbes. “El Chapo” è diventato l’uomo più ricercato del Messico da quando è diventato il leader del cartello di Sinaloa all’inizio degli anni Ottanta. Sinaloa è considerata oggi la più potente organizzazione del narcotraffico nel mondo. Il suo business spazia dalla produzione e dal traffico locale di marijuana al contrabbando di cocaina, eroina e metanfetamine. Il gruppo è inoltre ritenuto responsabile dell’omicidio di più di 10.000 persone nella guerra della droga messicana.

 

PGR handout photo of Mexican drug kingpin Joaquin

 

Arrestato la prima volta nel Chapas nel 1993 e condannato a 20 anni di carcere, nel 2001 Guzman è riuscito a fuggire dalla prigione di massima sicurezza Puente Grante di Guadalajara, nello Stato di Jalisco. Da allora è diventato un’icona cult in tutto il Messico. I “narcocorridos” gli hanno dedicato decine di canzoni. Anche il suo rapporto con gli Stati Uniti è “speciale”. Dopo l’uccisione di Osama Bin Laden è diventato l’uomo più ricercato dagli USA, che su di lui hanno posto una taglia di cinque milioni di dollari. Inoltre la città di Chicago lo ha nominato “Nemico Pubblico N. 1”, riconoscimento che negli States era stato concesso solo ad Al Capone nel 1930.

 Il secondo arresto nel 2014 e, soprattutto, la fuga dell’11 luglio sono invece storia recente e rappresentano ormai un nuovo capitolo di una storia di criminalità che diventa leggenda ogni giorno che passa.

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