Esteri

Mc Jihad: il doppio fronte di Obama

Sono due le sfide che il presidente degli Stati Uniti deve affrontare: la prima è quella del salario minimo dei lavoratori dei fast food, la seconda sono le minacce dell’Isis. Entrambe mettono in discussione la sua leadership. Dentro e fuori i confini dell’America

Barack Obama

Mattia Ferraresi

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Califfato e hamburger. Jihad e salario minimo. Terrorismo e diseguaglianze economiche. Sono i due volti speculari del tormento di Barack Obama: il soldato riluttante che s’infila, ma con juicio, in una guerra lontana solo quando i sondaggi d’opinione glielo consentono e il distratto paladino della giustizia sociale, bacchettato in patria per le promesse riformatrici che latitano.


Il volto esterno della crisi di leadership è quello incappucciato dei tagliagole dello Stato Islamico, ennesima incarnazione di un’ideologia fondamentalista che non avrà pace finché non avrà abbattuto il Grande Satana a stelle e strisce e piantato le sue bandiere nere sulla Casa Bianca. L’altro volto, quello domestico, ha le sembianze degli operai dell’hamburger che scendono in piazza per un aumento di salario. In America si dice che una cosa è facile come «flipping burgers», cioè come girare gli hamburger: non servono qualità né addestramenti particolari per far saltare la carne sulla piastra da un lato all’altro e infilarla fra due pezzi di pane. La catena di montaggio dell’hamburger non prevede qualifiche. Ci sono decine di milioni di lavoratori «poco qualificati» che mandano avanti un business da 200 miliardi di dollari l’anno che è anche il simbolo di una cultura.


 I lavoratori non potrebbero permettersi due pasti al giorno nel locale in cui lavorano. Nel tempo, il sottoproletariato del fast-food ha maturato una specie di coscienza di classe, scendendo in piazza sotto le insegne sindacali per chiedere un aumento del salario minimo, fissato a livello federale a 7,25 dollari all’ora. Gli esperti del settore sostengono che in una famiglia di quattro persone, uno stipendio da 11 dollari l’ora per 40 ore a settimana non consente di superare la soglia della povertà. I lavoratori chiedono l’innalzamento della paga a 15 dollari, richiesta che ritengono proporzionata all’utile netto del settore (oltre 7 miliardi di dollari) e superiore alle promesse di Obama. Due anni fa, il presidente aveva preso l’impegno di innalzare il salario minimo a 10,10 dollari. Poi l’iniziativa si è inabissata e Obama s’è affaccendato in altro.


Ma la marcia della classe operaia dell’hamburger non si è fermata. Le manifestazioni sono iniziate sottotraccia nel novembre 2012, per trasformarsi negli ultimi mesi in un’enorme questione sociale. Perché i lavoratori del fast-food rappresentano uno spaccato della società all’incrocio fra lotta contro la disparità, immigrazione e battaglie sindacali. Allo sciopero nazionale del 4 settembre hanno partecipato in centinaia di migliaia in 150 città americane, da New York a Los Angeles. Ci sono stati scontri e momenti di tensione con la polizia: alla fine della giornata, il totale degli arresti è arrivato a 450.

I sindacati hanno vinto alcune battaglie a livello locale: la città di Seattle ha alzato il salario minimo a 15 dollari all’ora, i cittadini di San Francisco voteranno a novembre una misura analoga. I sindaci di New York, Chicago e Los Angeles sostengono un innalzamento sopra la soglia dei 13 dollari. Ma la battaglia a livello nazionale è ancora lontana. Per quella occorre la forza trainante del presidente, che però è stretto fra minacce esterne e pressioni interne, fra ombre di guerra  in Medio Oriente e urla di giustizia sociale nelle piazze di casa. Obama aveva vinto il secondo mandato della presidenza con le promesse di riforme sociali, per realizzare l’idea del «nation building at home».  «Prima di esportare la democrazia all’estero occorre metterla in pratica a casa nostra» diceva.
 
Salvo poi ritrovarsi a dover rispondere anzitutto ai nemici esterni. Nello svaporare dell’ordine mondiale a guida americana nemmeno l’hamburger è al sicuro. Il 10 settembre Obama ha annunciato la nuova strategia per combattere l’Isis, un misto di bombardamenti aerei estesi anche alla Siria (sul modello dei raid compiuti in Yemen e Somalia) e  operazioni sul campo, eseguite da una coalizione di paesi arabi, riluttanti almeno quanto l’inquilino della Casa Bianca. In un passaggio perfido, il New York Times ha notato che «il governo più esaltato dalla prospettiva di un intervento è quello di Bashar al-Assad». Nel discorso pronunciato alla vigilia dell’11 settembre, Obama ha messo insieme le sfide globali e quelle interne, il terrorismo e la crisi... In altre parole, le due facce della sua fragile leadership: «Domani è il tredicesimo anniversario dell’attacco al nostro paese. La prossima settimana saranno sei anni da quando la nostra economia ha subito il peggiore crollo dalla Grande depressione. Nonostante tali choc (...), l’America è posizionata meglio di qualunque altra nazione al mondo nella sfida per conquistare il futuro».  L’ottimismo è un requisito basilare per chi fa il presidente degli Stati Uniti, ma le minacce esterne e le turbolenze sociali, i due volti dello scontento obamiano, metterebbero alla prova anche il più coriaceo degli ottimisti. In fondo, nemmeno girare un hamburger è poi così facile. E questo Obama lo sa.




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