Esteri

Macron alla Mitterand: la rinascita della Francia come capitale diplomatica

Parigi si proietta al centro delle strategie internazionali. Dalla scelta del leader dell'Eurogruppo al "caso Hariri" fino all'incontro con Netanyahu, ecco le mosse del presidente

Emmanuel Macron

Alessandro Turci

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Il presenzialismo di Emmanuel Macron, reso plastico dalla conferenza stampa di domenica 10 dicembre con Benjamin Netanyahu, viene da lontano.

Le dure parole contro la scelta americana di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele, posizione critica peraltro già nota da tempo, segnano al momento il punto più altro della Macron renaissance.

Oltre al ruolo diplomatico di Parigi come mediatore privilegiato per il Medio Oriente, conquistato anche grazie alla fuga in avanti di Trump che appunto favorendo Israele perde credibilità come arbitro imparziale, Macron è stato decisivo nella scelta del nuovo leader dell’Eurogruppo, e infine ha avuto una funzione chiave nello strano “caso Hariri”, pianificandone l’esilio segreto a Parigi.

Ma andiamo con ordine.

Cosa ha detto Macron a Netanyahu

Una conferenza stampa a termine di un incontro bilaterale in genere equivale, per toni e modi impeccabili, a un invito per il tè dal vago sapore proustiano. Invece Macron, pur ribadendo l’amicizia incondizionata per Israele e l’impegno per la sua sicurezza, è stato esplicito verso Bibi. Gli ha detto, francamente, che questa cosa di Gerusalemme è un azzardo bello e buono, e rivendicarla senza contemporaneamente lanciare il confronto con i palestinesi è una follia.

Netanyahu ha risposto per le rime, ribadendo che Hebron rimane Hebron come Gerusalemme rimane la città dell’ebraismo da tremila anni in qua. Il punto comunque lo ha messo a segno Macron, non tanto nei confronti di Netanyahu – che forse non si aspettava gli toccasse il proverbiale quarto d’ora di Rabelais – ma proiettando Parigi al centro della strategia diplomatica per evitare un’escalation tragica in tutta la Regione.

Il ruolo di Macron in Libano

Un tassello importante in ottica regionale era già stata la soluzione (momentanea?) all’intrigo internazionale, degno di una spy story d’altri tempi, con protagonista l’ex premier libanese Saad Hariri. Ai primi di novembre, com’è noto, Hariri da Riad aveva annunciato le proprie dimissioni, ma appariva a tutti in stato di semilibertà. Infatti, misteriosamente, non faceva ritorno a Beirut. L’ingerenza dell’Arabia Saudita (in funzione anti-iraniana) negli affari interni di un paese sovrano come il Libano stava spiazzando la diplomazia che conta.

Macron, oggi sappiamo, ha avuto l’audacia di stravolgere la propria agenda (era negli Emirati Arabi) per fare tappa a Riad dove ha incontrato l’erede al trono Mohammed bin Salman e ha offerto ad Hariri e alla sua famiglia ospitalità a Parigi. Macron studia da Mitterand insomma, ribadendo la tradizionale amicizia protettiva della Francia verso il Libano, e facendo nuovamente di Parigi la meta dell’esilio di quelle carriere politiche tormentate tra alti e bassi che costituiscono un pantheon affascinante e cosmopolita.

La vittoria di Macron nell'Eurogruppo

E chiudiamo con l’Eurogruppo. La corsa di Pier Carlo Padoan verso la presidenza sembrava ormai cosa fatta. Invece all’ultimo momento la scelta è caduta sul portoghese Mario Centeno. È vero che per nomine di questo livello fino all’ultimo non è mai detto, ma proprio l’ultimo momento rivela, per così dire, la possanza del calibro sceso in campo. E tutte le fonti concordano, è stato Macron. Sembra infatti che l’Eliseo abbia fatto notare come i vertici europei parlano già troppo italiano (Draghi, Mogherini, Tajani) per aggiungervi un quarto nome, per quanto stimatissimo. Anche qui, essendo Centeno un moderato e non un rigorista, la sua scelta appare come una bella vittoria di Macron su Merkel & Co. Parigi non ha il debito di Roma, è vero, ma senza flessibilità il rilancio della Francia rimarrebbe un miraggio.

Dove vuole arrivare Macron? E dove arriverà? Non lo sappiano, per ora sappiamo che invita tutti a guardare di nuovo a Parigi, in questo frangente di stallo politico a Berlino, di valige pronte a Londra e con Washington in piena tempesta ormonale Trump. La Francia torna quindi ad essere una capitale diplomatica, un po’ per vocazione storica, un po’ per le debolezze altrui.


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