Rocco Bellantone

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Per Lookout news

L’ultima volta che il governo turco dovette trattare per la liberazione di propri ostaggi rapiti in Iraq, il prezzo da pagare fu salato soprattutto in termini di immagine. Era il settembre del 2014, e dopo tre mesi di prigionia e una serie di negoziati di cui probabilmente non si conosceranno mai i dettagli, la Turchia ottenne il rilascio dei suoi connazionali che erano stati prelevati dal consolato turco al momento della presa di Mosul da parte dei miliziani dello Stato Islamico.

 A un anno di distanza la storia si ripete, seppur con molte differenze. Alle prime ore di oggi, mercoledì 2 settembre, almeno 18 lavoratori turchi sono infatti stati sequestrati nella zona di Sadr City a est di Baghad. Secondo quanto riferito da fonti della sicurezza irachena, alle 5 del mattino uomini armati in uniformi nere, arrivati a bordo di circa 20 pick up, hanno fatto irruzione in un cantiere dove sono in corso i lavori per la costruzione di uno stadio di calcio, gestiti da una società turca. Al Jazeera scrive in merito che oltre i 18 cittadini turchi sarebbero stati prelevati anche tre iracheni.

Non è chiaro chi sia stato a compiere l’azione. Le ipotesi più accreditate al momento sono due. Sadr City è l’area di Baghad dove è maggiore la concentrazione di sciiti e dove risiedono le basi militari di diverse milizie filo-governative che combattono in Iraq contro lo Stato Islamico. Potrebbe dunque trattarsi di un’azione dimostrativa nei confronti del governo turco, accusato di aver sostenuto nell’ultimo anno l’avanzata del Califfato, lasciando che dai propri confini entrassero in Iraq da ogni parte d’Europa e dal Caucaso migliaia di jihadisti.

 L’altra pista conduce invece direttamente a ISIS. “Tradito” dall’intenzione della Turchia di voler concedere la propria base aerea di Incirlik alla coalizione internazionale guidata dagli USA per compiere raid aerei in Siria, il Califfato potrebbe aver voluto mandare un segnale di sfida al governo di Ankara. E dopo aver rapito un gruppo di suoi cittadini, adesso potrebbe proporre uno scambio di prigionieri come è avvenuto presumibilmente un anno fa quando la contropartita, come rivelò sul Foglio il giornalista Daniele Raineri, fu la moglie di Haji Bakr, leader di ISIS ucciso dai ribelli nel gennaio del 2014.

 

I combattimenti alle porte di Damasco
In attesa di assistere alla prima mossa di Ankara, è in Siria che nelle ultime ore si sono registrati i combattimenti più rilevanti. A Damasco, nei quartieri periferici di Qadam e Al-Sham Ajnad, miliziani dello Stato Islamico hanno attaccato postazioni dei ribelli siriani. È un’offensiva che, se portata a termine, potrebbe scardinare definitivamente i fragili equilibri a cui la capitale siriana si è aggrappata nell’ultimo anno per non finire definitivamente nelle mani degli jihadisti. Il quartiere di Qadam è stato tenuto fuori dai combattimenti a seguito di una tregua raggiunta tra i ribelli e l’esercito del regime. Se ISIS dovesse riuscire a prenderne il controllo, si avvicinerebbe come non è mai accaduto finora al centro della capitale.

 

La missione segreta degli USA
Nell’altra guerra in corso in Siria, quella nei cieli, gli USA starebbero invece puntando in maniera sempre più significativa sull’utilizzo di droni. La notizia è stata data dal Washington Post, secondo cui gli Stati Uniti avrebbero avviato una missione segreta, autonoma rispetto alla campagna militare condotta nell’ambito della coalizione internazionale impegnata contro lo Stato Islamico. A guidare le operazioni sarebbero tre organismi: la CIA, per l’identificazione e la localizzazione degli obiettivi da colpire; il Joint Special Operations Command (JSOC), per la programmazione dei radi dei droni; il Counter-Terrorism Committee (CTC), per il coordinamento generale delle operazioni.

 L’obiettivo è eliminare i leader del Califfato operativi in Siria. Tra i bersagli già centrati vi sarebbe stato Junaid Hussain, hacker di origine britannica impegnato nel reclutamento di jihadisti a cui far compiere attentati in Occidente. In parallelo in Siria opererebbe anche la National Security Agency, incaricata sempre secondo il Washington Post di intercettare le comunicazioni tra le cellule dello Stato Islamico. La task force schierata dagli USA è quella delle “grandi occasioni”. Basti pensare che la missione che nel maggio del 2011 portò all’uccisione di Osama Bin Laden in Pakistan fu eseguita proprio dal CTC, che guidò i droni che permisero di scovare il covo dove era nascosto l’ex leader qaedista, e dal JSOC, che guidò la squadra di Navy Selas entrata in azione ad Abbottabad.

 Difficile prevedere quali risultati riuscirà a produrre questo nuovo dispiegamento di forze. Ciò che emerge, per ora, è l’ennesima divergenza tra il presidente Barack Obama e il Congresso riguardo i compiti da affidare alla CIA. Seppur depotenziata rispetto alle operazioni in corso in Yemen e Pakistan, dove ha il pieno controllo delle missioni dei droni, in Siria la CIA continua a mantenere un ruolo di primo piano nonostante Obama abbia espresso più volte negli ultimi mesi l’intenzione di voler trasferire i suoi poteri al Pentagono. Anche questo aspetto dimostra quanto siano incerte e poco condivise le linee guida della strategia militare americana nella guerra in Medio Oriente.

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