Esteri

Libia: il rebus della fine dell’embargo sulle armi

USA e UE aprono alla possibilità di inviare armi al governo di unità nazionale. Ma l’ostacolo è ancora il generale Khalifa Haftar

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Truppe leali al generale Haftar – Credits: GETTY IMAGES

Per Lookout news

I rappresentanti dei governi di 52 Paesi africani si sono riuniti oggi, mercoledì 18 maggio, a Roma per la prima Conferenza ministeriale Italia-Africa. Migrazioni, sicurezza, economia e ambiente sono state le tematiche al centro dell’evento su cui l’Italia punta molto per ottenere dai leader degli Stati africani quei voti necessari per garantirle un seggio non permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Al netto della necessità di “dare priorità all’Africa” nell’affrontare le sfide del terrorismo jihadista, così come della crisi economica mondiale e dei cambiamenti climatici – concetto espresso sia dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella che dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni – è il dossier libico quello a cui guarda con maggiore interesse l’Europa.

 Dal vertice di Vienna di lunedì 16 maggio, nel corso del quale Stati Uniti, Unione Europea, Unione Africana e Lega degli Stati Arabi hanno aperto alla possibilità di ritirare l’embargo sulle armi per consentire al nuovo governo di unità nazionale libico di contrastare l’avanzata dello Stato Islamico, la situazione in Libia ha registrato un’improvvisa sterzata. I circa 25 Paesi “amici della Libia”, che secondo il segretario di Stato americano John Kerry sarebbero pronti a congelare l’embargo, hanno rafforzato la posizione dell’ancora fragile esecutivo del premier Faiez Serraj. Il primo ministro ha dichiarato che armi ed equipaggiamenti, che il suo esecutivo potrebbe presto ricevere con il consenso della comunità internazionale, serviranno per mettere il nuovo corpo militare della Guardia presidenziale nelle condizioni di rispondere efficacemente alle offensive dei gruppi jihadisti, proteggere gli edifici governativi, i valichi di frontiera e le infrastrutture energetiche vitali per risollevare l’economia del Paese.

 

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Ieri, martedì 17 maggio, Mussa al-Kony, vice di Serraj, si è spinto oltre mettendo nero su bianco la prima richiesta nella “lista della spesa” stilata dal nuovo governo libico. “Le istituzioni del nostro Stato sono crollate perché è crollato il nostro esercito – ha affermato Kony -. La nostra priorità oggi è riunificare tutte le componenti delle nostre forze armate, ma senza armi non possiamo farlo. Dobbiamo avere la possibilità di acquistare ogni genere di armi, a cominciare dai velivoli. Ci servono piloti, elicotteri e aerei da guerra”.

Il ruolo di Khalifa Haftar
Tanto la possibilità di un ritiro dell’embargo, quanto quella di ricondurre tutte le forze armate libiche sotto il controllo del governo Serraj, sono però destinate a scontrarsi con diversi ostacoli, il primo dei quali si chiama Khalifa Haftar. Il generale, a capo delle forze armate che rispondono al governo di Tobruk – guidato dal premier Abdullah Al Thinni e riconosciuto finora dalla comunità internazionale a differenza di quello islamista di Tripoli – attraverso il suo portavoce Ahmed al-Mesmari ha fatto sapere che considererà il congelamento dell’embargo un atto “illegale” che “creerà il caos”, aggiungendo che quello che si sta formando attorno al governo di unità nazionale di Serraj non è altro che “un nuovo fronte in cui stanno confluendo milizie islamiste e jihadiste”.

Nella sua presa di posizione contro la comunità internazionale Haftar, d’altronde, sa di non essere solo, forte dell’appoggio dell’Egitto del presidente Abdel Fattah Al Sisi così come della Francia, che nei mesi scorsi ha sostenuto alcune delle sue offensive nella parte orientale della Libia. Parigi ha esortato USA e UE a mantenere cautela sulla possibilità di fornire armi al governo di unità nazionale, mettendoli in guardia sul rischio che finiscano nelle mani sbagliate così come accaduto negli ultimi anni in Iraq, Afghanistan e Siria.

 Il monito alla prudenza espresso dall’Eliseo è stato condiviso anche da diversi membri del Congresso americano, che già nel 2011 si erano opposti alla decisione assunta da Obama di intervenire in Libia per deporre il regime di Gheddafi e che non hanno dimenticato gli errori commessi da Hillary Clinton quando nel settembre del 2012, all’epoca in cui era segretario di Stato, venne ucciso a Bengasi l’ambasciatore americano Chris Stevens.

 

Secondo il senatore democratico Chris Murphy, che nei mesi scorsi si era fatto promotore di un’iniziativa per impedire la vendita di armi all’esercito saudita per la sua campagna militare in Yemen contro i ribelli Houthi, il rischio è che “la Libia venga inondata di armi americane”. I precedenti, d’altronde, parlano chiaro. Stando agli ultimi numeri forniti dal Pentagono, negli ultimi anni gli USA hanno perso traccia di circa 190.000 tra fucili d’assalto AK e pistole in Iraq, di oltre il 40% delle armi fornite alle forze di sicurezza afghane e non sanno che fine abbiano fatto gli oltre 500 milioni di dollari inviati anni fa al governo yemenita per sconfiggere Al Qaeda nella Penisola Araba.

 

La situazione dei combattimenti
In attesa di sviluppi, a “parlare” in Libia sono per il momento le armi delle milizie di Misurata, alleate del governo Serraj. Il loro portavoce, Mohamed Al-Ghasri, ha dichiarato che con una serie di raid aerei è stato ripreso il controllo di Abu Grain. La città, situata circa 140 chilometri a ovest di Sirte, era finita nelle mani di ISIS a inizio maggio. I misuratini adesso si troverebbero a soli cinquanta chilometri a ovest rispetto alla roccaforte jihadista.

 L’Europa guarda con preoccupazione all’evoluzione dei combattimenti a Sirte e in quelle altre vastissime aree costiere del Paese non controllate dal nuovo esecutivo da dove, secondo un ultimo rapporto di Europol-Interpol sui network di trafficanti di esseri umani, sarebbero pronti a prendere il mare altri 800mila migranti.

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