Esteri

L’aereo russo abbattuto dalla Turchia e il ruolo dei ribelli turcomanni

Il jet colpito al confine è collegato alla posizione delle milizie anti-Assad, protette dai turchi e attaccate dalle truppe lealiste sostenute dai russi

 

Per Lookout news dal nostro inviato a Istanbul 

No, non sta per scatenarsi una guerra tra Russia e Turchia, col conseguente coinvolgimento della NATO, ma l’incidente avvenuto la mattina di oggi martedì 24 novembre – come ha affermato il portavoce del Cremlino – è davvero “molto serio”. F-16 di Ankara hanno abbattuto un SU-24 russo al confine tra la Siria e la Turchia, anche se c’è ancora divergenza di vedute sul fatto se il caccia di Mosca abbia o meno oltrepassato lo spazio aereo turco. La Turchia sostiene inoltre di aver avvisato i piloti russi per ben 5 volte in 10 minuti.

 

INCIDENTE ANNUNCIATO
Punto fondamentale: si è trattato di un incidente annunciato. Dopo l’inizio del coinvolgimento diretto di Putin nella guerra civile siriana, le autorità militari e politiche turche avevano denunciato più volte delle violazioni del proprio spazio aereo. Già il 16 ottobre, sempre nella stessa area, a essere vittima dei jet turchi era stato un drone, probabilmente russo, anche se non ci sono mai state comunicazioni ufficiali a riguardo. Del resto, regole d’ingaggio molto rigide in Turchia sono attive dal giugno del 2012, quando fu un aereo militare turco a essere abbattuto – dalle difese anti-aeree di Damasco – sempre per una violazione del confine.

 


Si tratta di una pugnalata alle spalle che avrà serie conseguenze nelle relazioni con la Turchia Vladimir Putin

Gli eventi del 24 novembre hanno però un’origine ancora più specifica: lo scontro tra Ankara e Russia sui ribelli turcomanni anti-Assad, protetti dai turchi e invece attaccati nei giorni scorsi dalle truppe lealiste proprio col sostegno dei russi. I turcomanni sono operativi nella regione del Bayırbucak, che per l’appunto si trova nella stessa area dell’incidente di questa mattina, dove invece non ci sono membri di ISIS. Il 19 novembre era stato convocato dal governo turco l’ambasciatore russo per protestare contro bombardamenti russi su villaggi turcomanni. Ankara aveva mosso i primi passi formali per chiedere una riunione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per discutere di questo problema.

 

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La posizione del governo del primo ministro Ahmet Davutoglu è piuttosto chiara: nel contesto del riavvicinamento tra Russia e Stati Uniti in funzione anti-ISIS, dopo gli attacchi terroristici di Parigi, la Turchia non tollererà violazioni dei suoi interessi nazionali in Siria, di cui le sorti dei turcomanni-turcofoni fanno integralmente parte. Bisognerà però vedere se fare la voce grossa sarà sufficiente a tenere a bada l’offensiva russa, perché un appoggio concreto da parte degli alleati della NATO – anche con l’istituzione di una zona d’interdizione aerea nell’area al confine turco-siriano, invocata dal 2011 – non sembra al momento esserci.

D’altra parte, non è pensabile una rottura completa dei rapporti tra Mosca e Ankara. È stata apparentemente annullata la visita del ministro degli Esteri russo Sergei Lavror in Turchia prevista per domani mercoledì 25 novembre. Forse è il caso che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e Putin parlino di nuovo direttamente per trovare una soluzione di compromesso. Una escalation non è davvero nell’interesse di nessuno.

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