Alessandro Turci

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La galassia delle opposizioni russe, con Alexey Navalny loro araldo e protagonista, ha scelto non a caso il 12 giugno per indire la manifestazione sfociata nella repressione della autorità.

In questa data cade infatti il Giorno della Russia, la più recente delle tre principali feste nazionali. Se la Giornata dell'Unità Nazionale cade il 4 novembre e celebra l’indipendenza dal giogo polacco nel XXII secolo, il 9 maggio è il giorno della vittoria contro il Nazismo.

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Millennials, la minaccia

Il 12 giugno si riferisce, invece, a qualcosa di molto vicino a noi, ossia alla nascita della nuova russia post sovietica al principio degli anni ’90 del Novecento. E’ insomma la festa della nuova Russia, e infatti è durante questa giornata che vengono premiati artisti e scienziati e chiunque contribuisca con un ruolo d’eccellenza alla vita naizonale.

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Ecco perché i millennials e una figura come Navalny, che ha il doppio dei loro anni ma in fondo la stessa speranza in un Paese meno plutocratico e più libero dalla corruzione endemica, sono il nuovo capitolo della secolare vicenda della dissidenza russa.

Questa generazione parla inglese fluente, conosce il web come, se non meglio, dei coetanei occidentali e sta ora sfidando l’autorità costutita secondo paradigmi assolutamente nuovi.

Anche se difficie da credere, il loro predecessori furono gente come Aleksandr Solženicyn il contadino, l’uomo tornato dal mediovevo russo (ma oggi il suo ecologismo visionario sembra trovare mote conferme) o i grandi artisti trasnfughi come Rudolf Nureev, Mikhail Baryshnikov, Iosif Brodskij o ancora la generazione deli anni Sessanta di Evgenij Evtušenko o uomini di scienza come Andrej Sacharov.

Dissidenza: scuole a confronto

Fino ad oggi la narrazione della Russia contemporanea era incardinata su Putin uomo nuovo – anche per l’anagrafe - dell’era post sovietica; ora tuttavia viene allo scoperto una generazione che nel 1990 aveva poco meno di vent’anni: un gruppo sociale consapevole – con una visione moto avanzata dei diritti civili - che vuol dire la sua in una realtà molto legata alla tradizione.

A ben guardare, si tratta di una dialettica tutta interna. Se il movimento avesse voluto attirare i riflettori del mondo, avrebbe indetto la manifestazione per il 9 maggio, data celeberrima. Non l’hanno fatto prima di tutto per non inimicarsi la maggioranza del popolo russo ma soprattutto perché anche tra le fila dei giovani la memoria della grande guerra patriottica è un valore inalienabile.

La sfida a Putin poteva aver luogo solo sul 12 giugno quindi, ed è chiara nella sua formulazione: chi è il rappresennate della Russia moderna? La generazione ponte tra epoca sovietica e democrazia - quella di Putin appunto - o l’attuale fascia compresa tra i 20 e i 40 anni?

Nella mentalità di Putin, uomo tradizionale della vecchia scuola, gli intellettuali e i dissidenti hanno i nomi prima evocati e sono drammaturghi, scienziati e registi, non blogger e avvocati.

La nuova opposizione russa sembra aver rotto alcuni stilemi che la legavano al pantheon della passata dissidenza, forse anche per questo la protesta guidata da Navalny non viene recepita. Essa parla un linguaggio scomodo – onestà, trasparenza, diritti civili – ma lo fa secondo forme e strategie che le autorità faticano prima di tutto a decifrare.

Vedremo se il pragmatismo di Putin porterà un mutamento nella dialettica con l’opposizione. Le differenze di mentalità sono importanti, ma alcuni punti di contatto (identitari) non mancano anche perché sinora le principali rivendicazioni sono legate a quesioni interne, con sostanziale appeasement sulla politica estera.

Oppure vedremo se la vocazione repressiva non finirà per prevalere. Qui un pericolo per una corretta comprensione delle dinamiche in atto è quello di vedere l’autoritarismo orientale come un mantello omogeneo che abbraccia dal Bosforo agli Urali, insomma lo Zar e il Sultano, ma questa è un’altra stroria…

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