Esteri

La corsa all'Eliseo vista da Berlino

La Germania sarà il principale interlocutore continentale della Francia, indipendentemente da chi sarà il nuovo presidente

GERMANY-FRANCE-DIPLOMACY

Alessandro Turci

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Non vorremmo togliere pathos alla narrazione del prossimo duello Merkel-Schulz, ma probabilmente è più interessante capire non tanto se la vittoria di Macron o Le Pen influenzerà la campagna elettorale tedesca, e nemmeno - si on veut forcer l’analyse  - che atteggiamento avrà il nuovo presidente verso Berlino: è forse più interessante capire quale atteggiamento avrà Berlino verso la Francia.

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Come Berlino vedrà Parigi, tre aspetti
Per quale ragione? Tre possono bastare?

Primo: la Germania è il paese leader incontrastato in Europa, e sarà la Francia a doversi porre il problema di sedersi al tavolo col partner in posizione paritaria, come agli albori dell’Unione.
Secondo: la Germania è un paese stabile, è il meccanismo quasi perfetto della Große Koalition. Ossia le differenze tra Merkel e Schulz non sono così macroscopiche come quelle tra Macron e Le Pen, e l’esperienza ci insegna che in caso di pareggio elettorale la Germania continuerà ad essere se stessa, proseguendo l’adempimento razionale dei suoi piani economici, finanziari e infrastrutturali senza soluzione di continuità.
Terzo: toccherà alla Germania, o a un Paese suo sodale, la successione alla carica di Mario Draghi. Parliamo, se non ci saranno sorprese, del 2019; domani no, ma dopodomani sì.

L’elezione di Trump e gli equilibri europei
Di questi fattori probabilmente Macron è più consapevole di Le Pen, com’è anche consapevole di alcune criticità presenti nell’agenda tedesca e sulle quali la Francia avrà spiragli di manovra. La principale è rappresentata dall’elezione di Donald Trump e dai riflessi strategici rispetto al reset con la Russia.

Ora, Berlino è l’attore occidentale geograficamente più vicino alla Russia. La Germania in questa prospettiva è quindi la potenza regionale (senza nucleare, a differenza della Francia) più interessata ed esposta agli sviluppi del reset tra Washington e Mosca, ora in fase di ennesimo stallo.

Due autocrati? Der Doppelregent
La recente copertina di Der Spiegel sulla vigilia della visita di Angela Merkel alla Casa Bianca - dove un fotomontaggio sovrapponeva il volto di Trump a quello di Putin, descritti come due autocrati in uno - rendeva bene la preoccupazione tedesca. Preoccupazione confermata appieno, visto la pessima riuscita dell’incontro e sancita tanto dalle dichiarazioni, quanto dall’ormai celebre mancata stretta di mano.

La domanda che agita i tedeschi è in fondo una: come massimo esponente del mondo Occidentale, il presidente americano avocherà i dossier internazionali alla sola dottrina della Casa Bianca o delegherà all’Europa il compito transatlantico di gestire il tema Russia - e quindi il fondamentale nodo Ucraina - negli interessi dell’Occidente tutto?

Con il primo scenario, i tedeschi temono di venir scavalcati da un accordo tra le due maggiori potenze, rischiando poi di dover pagar dazio, dal momento che la Germania ha finora palesemente sostenuto Kiev con chiaro disappunto del Cremlino. Un Palazzo, com’è noto, che coltiva da sempre buona memoria. Qui si capisce bene come una presidenza Le Pen, simpatizzante manifesta di Putin, possa dispiacere non poco alla Cancelliera o a chiunque ne erediti la carica.

Se è vero che Washington ha ribadito la condanna per l’annessione russa della Crimea, Berlino teme non senza motivo che in parallelo alle dichiarazioni di principio corra un binario di realpolitik, favorito dalla mala mimesi di un Trump attratto dallo stile audace di Putin, o forse in stato di cyber scacco, o semplicemente disinvolto nel cambiar tattica e smentirsi.

Il reset e il nodo Ucraina.
Ma a chi interessa davvero il reset? A Washington o a Mosca, e in subordine, a Berlino o a Parigi? La risposta in termini geopolitici potrebbe essere: a tutti. Ma questa è una proiezione razionale che confonde l’ovvio con la realtà.

Mosca può farne anche a meno. Ecco il punto. Lo dirà a chiare lettere? Mai. La Russia è un mondo autarchico per vocazione, dove vige una polivalenza di significati, ed è molto difficile trovarvi la bussola, specie quando si fingono d’ignorare evidenze assolute.

L’Occidente, Berlino in testa, per esempio dissimula il valore simbolico e strategico che l’Ucraina rappresenta per l’identità russa, e s’illude se pensa che il reset possa funzionare qualora la soluzione del Donbass dovesse scontentare Putin.

Liaisons dangereuses
Di certo Angela Merkel in questa fase sembra fidarsi addirittura meno di Trump che di Putin, contro il quale ha appena invocato nuove sanzioni, e percepisce i due leader come un’unica minaccia capace di far implodere l’Unione Europea a egemonia tedesca.

Merkel coglie come entrambi siano pronti a incoraggiare la Francia, chiunque dovesse uscire vincitore dal ballottaggio di domenica 7 maggio, ed è certamente più preoccupata di una vittoria lepenista.

Il reset diventa così un rebus o peggio un labirinto semantico per il positivismo tedesco, destinato diplomaticamente a smarrirsi nelle liaisons dangereuses nate dall’inesperienza politica di Trump, dal carisma navigato di Putin, e dall’incognita sovranista francese.

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