Jessie Rees ed i vasetti della gioia

La storia dell'undicenne malata di cancro che ha distribuito (a modo suo) un po' di felicità agli altri bambini

Jesse Reese, la bambina che ha inventato le Joy Jar (Credits: Negu.org)

Valentina Martelli

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Forse alcuni avranno già letto la storia di Jessie Rees. Altri magari la scopriranno, per la prima volta, tra queste righe. Non è una notizia dell’ultima ora, ma una di quelle che aiutano a rimettere in prospettiva, in tempi difficili, le priorità.
E se pur triste riscalda come un raggio di sole in questa primavera che tarda ad arrivare.

Era marzo 2011 quando nella Orange County, conosciuta per serie televisive e reality, a Jessie Rees, allora solo undicenne, veniva diagnosticato un tumore inoperabile al cervello. I medici avevano deciso di sottoporla a un trattamento sperimentale di 30 giorni che includeva chemioterapia e radioterapia. Alla fine della giornata Jessie, quale paziente esterno, poteva far ritorno a casa. Un giorno mentre stava lasciando l’ospedale pediatrico assieme ai genitori chiese quando, gli altri bambini, sarebbero tornati nelle loro case. “Purtroppo molti restano qui” – le rispose la madre. “Allora devo trovare una soluzione per renderli un po’ meno tristi – fu l’immediata reazione di Jessie - perché so quello che stanno affrontando”.

Appena rientrata trovò alcuni vasi di vetro, di quelli dove si mettono marmellate e sottaceti e iniziò a riempirli con colori, giochi, adesivi. Piccoli doni capaci di portare gioia nella giornata di un bambino malato. Li chiamò “Joy Jar”, i vasi della gioia.

“Aveva un’attenzione meticolosa per quello che doveva esserci dentro, giochi che sceglieva minuziosamente – ricorda la madre - Non potevano essere cose di poco conto e soprattutto dovevano strappare un sorriso al bambino che le riceveva”. Jessie iniziò anche un blog su Facebook, nel quale annotava con attenzione la personale lotta al cancro. Terminava ogni post firmandosi con l’acronimo NEGU “never ever give up”, non darsi mai per vinti, che divenne anche il nome dell’associazione non profit che fondò assieme ai genitori, per sensibilizzare l’opinione pubblica e raccogliere fondi per la ricerca sul cancro nei bambini, del quale era diventata il “simbolo”.

Nel settembre dello stesso anno i medici trovarono un secondo tumore nel cervello di Jessie. Quattro mesi più tardi, nel gennaio 2012, la biondissima, determinata bambina del sud California, si addormentava circondata da “Joy Jar”. La sua battaglia era durata meno di un anno. Dieci mesi durante i quali Jessie aveva realizzato, venduto e distribuito in 27 Stati, 3mila Vasetti della Gioia. Entro la fine dello scorso anno i genitori assieme ai volontari della Jessie Rees Foundation ne avevano prodotti  in totale 50 mila.

“Quello che lei ha iniziato, ora noi portiamo avanti”, spiega la madre “perché purtroppo questa è una battaglia che non conosce sosta”.

In un mondo che ci spinge a concentrarci su noi stessi, Jessie è così diventata un esempio, una voce fuori dal coro capace di urlare con tutta la forza dei suoi unici anni “no, non deve essere così”. Ecco perché la sua è una storia da raccontare.

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