Esteri

Italia-Francia è ora di voltare pagina

Tav, Libia, vertici di Bruxelles, fusioni. Sono tanti gli interessi ed i problemi tra Roma e Parigi. Ed è ora di mettere da parte il "grande freddo" con l'Eliseo

Salvini Macron Italia Francia

Eppur si muove. La relazione italo-francese sembra ingessata dopo lo choc del ritiro della proposta di fusione fatta da FCA a Renault. I governi francesi di qualsiasi colore hanno sempre visto con sospetto i matrimoni tra le imprese nazionali e quelle straniere, a maggior ragione se queste parlano italiano. Ma forse i ponti non sono tutti saltati con le polemiche del 6 giugno. e in ogni caso, in campo politico come in campo economico, Italia e Francia hanno interesse a dialogaremalgrado le differenze che sembrano alzare inesorabilmente il livello delle Alpi. Certe polemiche sembravano terribili e invece sono state archiviate.

«Oggi abbiamo fatto un salto in Francia e abbiamo incontrato il leader dei Gilets gialli Christophe Chalençon» annunciava il vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio il 5 febbraio scorso, alla vigilia della crisi diplomatica franco-italiana, che ha visto il richiamo a Parigi dell’ambasciatore di Macron. Altri tempi. Adesso l’aritmetica contribuisce a ridimensionare le polemiche innescate dalla politica. Christophe Chalençon ha infatti creato (come previsto e auspicato da Di Maio) una sua lista di Gilet gialli, che si è presentata alle Europee del 26 maggio; ma questa lista ha ottenuto appena lo 0,01 per cento dei voti. Chalençon e compagni, che hanno contribuito a innescare la peggiore crisi diplomatica del dopoguerra tra le due «Sorelle latine», sembravano una bomba atomica e si sono rivelati un petardo bagnato. Almeno sul piano elettorale. Nessun Gilet giallo siederà al prossimo Parlamento europeo.

Adesso quella crisi diplomatica è acqua passata, come le elezioni del 26 maggio. La sera del 3 giugno c’è stata all’ambasciata d’Italia a Parigi la consueta celebrazione della festa nazionale. Mai vista tanta gente al ricevimento, in cui è eccezionalmente intervenuta la banda della Garde républicaine del presidente francese che ha suonato i due inni nazionali. A sorridere e stringere mani, come se Francia e Italia possano davvero voltar pagina dopo un periodo molto delicato, c’erano quelle stesse persone che dovrebbero occuparsi del futuro Trattato del Quirinale, destinato a rilanciare l’amicizia tra le due parti delle Alpi.

Intanto c’è da scavare un tunnel. Il presidente Emmanuel Macron ha fretta di arrivare al punto di non ritorno della linea ferroviaria Torino-Lione, anche perché l’ottimo risultato ottenuto dai Verdi francesi alle elezioni europee rischia di dar fiato a nuove contestazioni. Dal suo punto di vista, più la Tav corre e meglio è. Bruxelles la pensa allo stesso modo: è venuto il momento di dissipare ogni ambiguità sulla costruzione della futura galleria. Su questo possono germogliare nuove convergenze con l’Italia, dato che in Piemonte, la regione italiana direttamente convolta in quest’opera pubblica, le elezioni del 26 maggio hanno visto prevalere in modo nettissimo i partiti favorevoli alla Tav. La linea ferroviaria era uno scoglio per l’amicizia franco-italiana. Adesso è un pezzo di roccia da spazzar via. Anche le relazioni politiche Roma-Parigi possono finalmente uscire dal tunnel.

L’escalation polemica degli ultimi anni è stata ritmata dai contraccolpi della crisi libica, in termini sia di migranti sia di futuro assetto politico a Tripoli. Anche su questo cominciano a esserci le condizioni per voltar pagina. Pochi giorni prima delle elezioni europee, Macron ha detto che occorre «vigilare sulle frontiere esterne dell’Unione». Su questo i partiti politici italiani, di maggioranza e d’opposizione, sono d’accordo. Parigi aggiunge che bisogna garantire condizioni di vita umane alla marea di profughi arrivati dalla Libia e che bisogna impegnarsi tutti insieme per stabilizzare e aiutare i paesi africani da cui partono molti migranti. Non è su questo che ci sarà un dissenso.

La svolta può venire anche da una constatazione elementare: Francia e Italia hanno molto più da perdere dal caos libico di quanto l’una o l’altra possono guadagnare dalla presenza a Tripoli di un governo vassallo. I possibili vantaggi futuri del controllo sul petrolio libico sono poca cosa rispetto ai danni e ai rischi dell’instabilità libica, che contribuisce a creare altra instabilità in Africa a tutto vantaggio di chi predica il terrorismo. Stabilizzare la Libia è un fondamentale interesse comune di Roma e di Parigi. È inutile fare i furbi. O la si stabilizza davvero o non la stabilizza per niente. E allora tutti, da Macron a Salvini, dovranno prendersela solo con sé stessi.

Anche sul terreno delle nomine europee, francesi e italiani non mancano, almeno teoricamente, di interessi comuni, suscettibili di spingerli verso un dialogo costruttivo. A Parigi c’è chi ricorda lo scenario che esattamente trent’anni fa, nella stagione politica della caduta del Muro di Berlino, preoccupava l’allora presidente François Mitterrand. Uno scenario riassunto dall’idea che la riunificazione tra le due Germanie preludesse a una sorta di strapotere tedesco. Quella stessa idea che difficilmente può entusiasmare gli altri principali Stati europei, indipendentemente dalle diversità politiche tra i governi che adesso li guidano.

Oggi il valzer delle poltrone, che si sta danzando tra i 27+1 in vista delle nomine comunitarie, rischia di avere Berlino come unico direttore d’orchestra. Il vecchio asse franco-tedesco scricchiola perché il peso di Parigi non equilibra più quello del partner. La Francia deve muoversi in una dinamica europea. Macron sta puntando in particolare sulla relazione franco-spagnola. Difficile possa bastargli. Il rischio è evidente: strapotere per Berlino e strapuntini per gli altri.

Ci sono poi i dossier economici, nel cui orizzonte la questione FCA-Renault è passata come una meteora tra il 26 maggio e il 6 giugno, giorno in cui il gruppo italo-americano ha ritirato la propria proposta di fusione con i francesi a causa dell’atteggiamento assunto in questa trattativa dal governo di Parigi, che controlla il 15,1 per cento della casa automobilistica transalpina.

Sviluppi promettenti nel rapporto italo-francese possono nascere dalla consolidata presenza internazionale del gruppo Leonardo, che sarà evidente al Salon international de l’aéronautique et de l’espace in programma dal 17 al 23 giugno all’aeroporto del Bourget, alle porte di Parigi. Oltre all’intensa attività internazionale di questo gruppo italiano, il Salone del Bourget, che si svolge ogni due anni, è l’occasione per esprimere il dinamismo delle nostre imprese nei settori ad alta tecnologia dell’aeronautica, dello spazio e della difesa.

Un altro dossier sensibile riguarda la relazione tra Fincantieri, che controlla i cantieri navali bretoni di Saint-Nazaire, e le autorità francesi. Questa volta non si tratta del governo di Parigi, che ha ceduto a Fincantieri il 50 per cento del capitale della società Stx (poi ribattezzata Chantiers de l’Atlantique) più 1 per cento «in prestito», ma dell’Autorità antitrust transalpina, che ha presentato, insieme all’analoga Autorità tedesca, un esposto alla Commissione europea perché sia «esaminato» (e qualcuno magari spera sia silurato) il progetto dell’acquisizione da parte di Fincantieri «alla luce delle norme europee sulla concorrenza». Il ruolo italiano è essenziale e molto promettente nel piano rilancio dei Chantiers de l’Atlantique. A questo si aggiunge un’altra iniziativa di grande interesse: Francia e Italia stanno discutendo di uno sviluppo comune nel settore delle navi militari. Vedremo.

Pur essendo molto significativo, il caso di Fincantieri non è che un esempio del dinamismo delle nostre imprese all’estero. Oggi la presenza italiana in Francia significa 1.700 aziende con oltre 67 mila dipendenti. Generali conta 7.500 addetti, Fca 7 mila, Saipem 2.400, Barilla 1.500. E sono solo alcuni esempi. L’Italia è l’ottavo investitore estero in Francia e, viceversa, la Francia è il primo in Italia. Per numero di addetti, le imprese di proprietà transalpina nella Penisola sono seconde solo a quelle statunitensi (rispettivamente 250 mila e 280 mila dipendenti). Nel 2018 il totale degli scambi (importazioni più esportazioni) tra Italia e Francia ha raggiunto il livello record di 78 miliardi di euro. Il nostro Paese è il quarto cliente di Parigi, con esportazioni francesi per 36,2 miliardi di euro, e il terzo fornitore con importazioni francesi per 42,6 miliardi di euro. I

l commercio bilaterale registra dunque un forte attivo per l’Italia, tanto più che le cifre qui citate vengono da fonti francesi (che non prendono in considerazione una parte dell’export italiano, proveniente da Paesi terzi). Insomma, Italia e Francia devono cercare di intendersi. Farsi i dispetti a vicenda non serve a nessuno dei due partner europei. Può servire solo ad altri. 


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