Esteri

Israele di nuovo al voto: la fine di Netanyahu?

Il potentissimo primo ministro era a un passo dal quinto mandato. Ma non è riuscito a formare un governo. E ora rischia l'incriminazione

Redazione

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Era in pista per diventare, il prossimo 17 luglio, il primo ministro più longevo della storia di Israele, sorpassando il leggendario fondatore del Paese, David ben Gurion. Invece la marcia trionfale di Benjamin Netanyahu ha subìto una battuta d'arresto.

Dopo aver tentato in ogni modo di mettere insieme una coalizione governativa in seguito alle elezioni del 9 aprile, il premier uscente non è riuscito a rispettare la scadenza del 29 maggio (aveva a disposizione 28 giorni più 14). Ed è stato costretto a mollare il colpo, facendo votare una legge per lo scioglimento anticipato della Knesset, il Parlamento israeliano. Israele dunque tornerà alle urne per la seconda volta in un anno, evento mai avvenuto nella sua storia, il prossimo 17 settembre.

Una pesantissima sconfitta per il leader del Likud, 69 anni, sposato dal 1991 con l'ingombrante Sara, eletto quattro volte primo ministro dello Stato ebraico, a partire dal lontano 18 giugno 1996. Al punto che tanti analisti, ormai, si chiedono se Bibi riuscirà a ottenere l'agognato quinto mandato.

E pensare che ad aprile, subito dopo le elezioni, Netanyahu sembrava a un passo dalla riconferma. Pur avendo ottenuto alla Knesset gli stessi seggi (35) del suo rivale centrista Benny Gantz, che guida il partito Blu-Bianco, era stato incaricato dal presidente Reuven Rivlin l'incarico di formare un nuovo governo. Motivo: con il Likud, l'area dei partiti dei partiti di destra contava 65 seggi. E per fare un esecutivo ne bastavano 61.

Già, i partiti di destra... A mettere in difficoltà Netanyahu sono stati proprio i suoi fedelissimi alleati. Com'è stato possibile? «Per capirlo fino in fondo, occorre andare indietro di molti decenni» spiega un approfondito articolo del quotidiano New York Times.

In Israele tutti i cittadini devono fare il servizio militare. Eppure c'è un gruppo che ne è esentato dal giorno in cui venne fondato lo Stato ebraico, il 14 maggio 1948. Si tratta degli ebrei ultra-ortodossi, i cosiddetti haredim, che rappresentano circa il 10 per cento della popolazione. E che, grazie al loro alto tasso di natalità, crescono in modo esponenziale.

Secondo l'Istat israeliano, entro il 2065 un terzo degli israeliani saranno haredim. Fedeli a una tradizione ebraica che risale al dono della Torah a Mosè sul Monte Sinai, i giovani haredim studiano i testi sacri anziché indossare l'uniforme.      

Un bel problema per un Paese che, vivendo un conflitto permanente, basa la sua difesa sui cittadini-soldati. «Mentre il ruolo degli haredim è stato a lungo un punto di contenzioso nella società israeliana, i partiti nazionalisti e religiosi l'hanno tipicamente messo da parte nel momento delle elezioni per formare una difficile alleanza di destra» ha scritto il settimanale Time. «Ciò non è accaduto quest'anno, principalmente a causa di Avigdor Lieberman».
 
L'ex ministro della Difesa di Benjamin Netanyahu è il presidente di Israel Beitenu, il partito della destra nazionalista e sionista (ma laica) molto popolare fra gli ebrei di origine russa. Per Lieberman, nato anch'egli nell'ex Urss, l'estensione della leva obbligatoria agli ultra-ortodossi è un chiodo fisso.

Dopo che, nel 2017, una sentenza dell’Alta corte di giustizia aveva sollecitato il governo a individuare una soluzione, nella primavera 2018 Lieberman era riuscito a far approvare una legge, con l’aiuto dell’opposizione, per estendere a tutti l’obbligo militare. La legge era rimasta poi lettera morta, ma la vicenda aveva fatto sfiorare una crisi di governo.    

Ora Lieberman ha usato l'artiglieria pesante. L'alfiere della destra nazionalista non ha ceduto ai piccoli partiti religiosi, che erano disposti a formare il quinto governo Netanyahu ma non volevano saperne di estendere il servizio militare ai giovani ultraortodossi. Forte di una sentenza della Corte Suprema, la linea di Lieberman era: o leva obbligatoria generalizzata o niente. E niente è stato.  

Ora la strada per Netanyahu si fa in salita. Anche perché sta per essere incriminato per tre casi di corruzione, frode e abuso di fiducia. Il procuratore generale Avichai Mandelblit ha fissato un'audizione all'inizio di ottobre, per consentire a Netanyahu di contestare le accuse. Subito dopo potrebbero arrivare le incriminazioni.

L'audizione avverrà dopo le elezioni, per cui in teoria Netanyahu potrebbe arrivarci da primo ministro. Ma potrebbe anche non arrivarci per niente. In un'analisi intitolata «Questa è la fine per Netanyahu?», il New York Times scrive che l'attuale premier potrebbe «formare un governo abbastanza rapidamente per far approvare una legge che lo protegga dal processo».

Tutte ipotesi poco verosimili, ma che non si possono escludere. La sua storia politica dimostra che Netanyahu è un politico dalle sette vite. Come argutamente consiglia Amit Segal, capo analista politico del notiziario Canale 12: «Anche se vi trovate di fronte il cadavere politico di Netanyahu e tre esperti medici dicono che è morto, aspettate. Non è certo che sia effettivamente arrivata la fine».  



 

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