Israele, l'accordo (fallito) con l’Onu per i migranti africani spiegato bene

A Tel Aviv ci sono 40mila fra eritrei e sudanesi arrivati fra il 2005 e il 2012 dall'Egitto. L'intesa prevedeva il trasferimento in piccoli gruppi in alcuni paesi occidentali, fra i quali l'Italia e la Germania, di 16mila. Altri 16mila sarebbero stati legalizzati. In precedenza Netanyahu voleva deportarli con la forza

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Tel Aviv, 3 aprile 2018, israeliani e immigrati dall'Africa manifestano contro i progetti di deportazione forzata di rifugiati e richiedenti asilo – Credits: JACK GUEZ/AFP/Getty Images

Luigi Gavazzi

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Per Israele la gestione dei migranti e richiedenti asilo arrivati dall’Africa in cerca di salvezza e rifugio si complica. Il primo ministro Benjamin Netanyahu infatti ha ammesso di aver sospeso l’accordo raggiunto con l’Unhcr (United Nations High Commissioner for Refugees), l’agenzia dell’Onu che su occupa dei rifugiati.

Sedicimila da ricollocare

Domenica 2 aprile Netanyahu aveva annunciato l'intesa per il ricollocamento di 16mila delle oltre 40mila persone arrivate in Israele dall'Eritrea e dal Sudan prevalentemente, fra il 2005 al 2012, passando dal confine con l’Egitto nel Sinai.

L'accordo con l'Onu

L'accordo con l'Uhncr prevedeva il trasferimento di 16250 migranti, in piccoli numeri, verso alcuni paesi occidentali nel giro di cinque anni. Fra i paesi che Netanyahu ha indicato come destinatari dei trasferimenti ci sono la Germania, il Canada e l'Italia.
L'accordo prevedeva anche che Israele avrebbe regolarizzato lo status legale di circa altri 16mila di questi immigrati, con visti di lavoro. Insomma, tutto sommato una soluzione ragionevole.
Ma Netanyahu si è trovato al centro di una piccola bufera.
Intanto l'Italia e la Germania hanno presto precisato che in realtà non avevano preso nessun accordo con il governo israeliano e con l'Onu.
Ma soprattutto dentro il suo partito, il Likud, molti, anche esponenti del governo, hanno immediatamente detto di non aver gradito la mossa del primo ministro. Proteste sono arrivate anche da un gruppo di abitanti delle zone di Tel Aviv dove risiede la maggior parte degli africani immigrati: tutti loro preferivano l'idea precedente del premier: la *deportazione forzata.

"Volevo deportarli"

Netanyahu ha quindi cambiato idea sull'accordo con l'Uhncr . Si è in parte giustificato con argomenti non proprio all'altezza di un leader. Ha infatti detto che, in fondo, in questa situazione ce l'ha ficcato la Corte suprema israeliana che ha fermato temporaneamente, per valutarne la legalità, il progetto iniziale del governo di "deportazione" degli immigrati in paesi africani terzi, il Rwanda e l'Uganda soprattutto, in cambio di denaro.
Del resto, la faccenda si era subito complicata. Per merito di una parte della società civile israeliana, sostenuta da numerosi intellettuali, rabbini, sopravvissuti alla Shoah, che ha manifestato a Tel Aviv contro il progetto di deportazione di persone che hanno diritto allo status di rifugiati e richiedenti asilo. 
Poi perché l'Uganda e il Ruanda hanno cambiato idea, sostenendo che non potevano accettare che i cittadini immigrati in Israele venissero trasferiti con la forza.
Netanyahu, ha altri guai in queste settimane, prima di tutto rischia di averli con la giustizia per gli scandali di corruzione; poi per la fiammata della protesta dei palestinesi a Gaza con i 17 morti della scorsa settimana. L'accordo con l'Uhncr poteva essere un buon successo interno e internazionale.

La barriera che ha fermato i migranti

I migranti eritrei e sudanesi sono entrati in Israele passando dall'Egitto dal 2005, quando il governo del Cairo avviò una dura repressione di una protesta dei migranti per le condizioni di vita. Fino al 2012 il confine del Sinai, decisamente "poroso", agevolò il passaggio in Israele. Fermato quasi completamente nel 2012 da una barriera costruita dagli israeliani.

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