Esteri

Islam e potere: perché in Maghreb c'è di nuovo il rischio di instabilità

La misteriosa sorte del generale Haftar apre interrogativi sul Nordafrica. Intanto Parigi gioca un ruolo decisivo, ma opaco

La festa dell'Ashura in Libano

Alessandro Turci

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I riflettori puntati sulla Siria fanno ombra su un altro versante, in potenza altrettanto critico: il Maghreb. Marocco, Algeria, Tunisia e Libia rappresentano, infatti, una sequenza di Paesi a rischio effetto-domino in termini d’instabilità. E l’Occidente, per parte sua, sembra addirittura alimentare questa fase d’incertezza con politiche di doppio standard.

Ne abbiamo avuto, nelle ultime ore, un palese esempio con il “caso” Khalifa Haftar, il Signore della Cirenaica dato per morto a Parigi. Notizia prima trapelata, poi non confermata, poi smentita.

Al momento rimane aperto l’interrogativo non solo sulla sua sorte, ma anche sulle modalità di questo caso, come se Parigi fosse un porto delle nebbie e non una delle capitali della diplomazia mondiale.

Anzi, parlando di Maghreb: la capitale mondiale. Certo il momento, per Emmanuel Macron, non è dei più brillanti, smentito addirittura da Donald Trump sul tema del ritiro delle truppe Usa dal teatro siriano.

La Francia gioca, in effetti, più partite nella Regione: da una parte ha dichiarato guerra a tutti i mujaheddin francofoni (già 300 uccisi, altri neutralizzati), ma dall’altra colpisce Assad che pure, indipendentemente dal passaporto d’origine, dà la caccia al braccio militare degli islamisti radicali.

D’altronde, in un discorso interno al mondo arabo che a volte fa fatica a giungere in Europa, Assad ha di recente “rassicurato” le autorità di Tunisi, promettendo che nessun mujaheddin tunisino sarebbe tornato vivo dalla Siria. Ma evidentemente, per Macron una cosa è la gestione dei foreign fighters, un’altra il delicato gioco di equilibri che fanno salire e scendere di volta in volta le quotazioni dei leader regionali: Haftar per primo.

Tessere in bilico

Ma è questo un discorso che vale anche per il Presidente Algerino Abdelaziz Bouteflika, giunto a fine carriera. Ambienti bene informati a corte raccontano poi che il Re del Marocco, Muhammad VI, inizi ormai ogni riunione coi propri ministri informandosi della situazione in Tunisia.

“Il sovrano”, trapela “sa che se cade la Tunisia cade anche il Marocco”. Dove dovrebbero cadere questi due Paesi è presto detto: nell’orbita delle forze islamiste interne che da anni attendono di sferrare un colpo decisivo per la conquista del potere.

La storia dell’Algeria, in questo senso, è esemplare. Vediamo, allora, Paese per Paese, l’effetto domino che potrebbe innescarsi da una crisi Libica (quindi da est verso ovest) derivante da un eventuale dopo Haftar.

La Libia

L’Onu e il suo portavoce hanno smentito la morte del generale Haftar, confermandone comunque lo stato di salute precario. Cosa sarà della Libia senza di lui non è facile da prevedere, ma difficilmente il governo di Fayez al-Sarraj potrà estendere pacificamente la propria giurisdizione anche sulla Cirenaica.

Haftar è un alleato di Italia e Francia, o rappresenta solo se stesso? A questo interrogativo sarà necessario dare una risposta esaustiva perché l’eredità, politica e militare, di Haftar in mani sbagliate potrebbe aprire alla destabilizzazione della Libia, Paese che attualmente si regge su un equilibrio molto fragile e del quale Haftar è appunto una delle colonne portanti.

La Tunisia

E’ vero che è stata capace di darsi una Costituzione avanzata e passa oggi per essere la sola Primavera araba vittoriosa, ma il quadro resta critico.

Il partito islamista, Ennahada, è forte e suo il leader Rashid Ghannushi è quasi venerato. Alcune porzioni di territorio, su tutte il governatorato di Kasserine (da dove partì la Rivoluzione dei Gelsomini), sono un rifugio dei gruppi salafiti votati alla jihad.

Inoltre, dopo gli attentati del Bardo e di Susa del 2015 (una cesura simbolica sul piano nazionale, che vale quanto l’11 settembre americano) non c’è stata la marginalizzazione istituzionale dei partiti filo islamisti, senza la quale la minaccia resta sempre molto alta.

L'Algeria

Il modello egiziano di Al Sisi viene dall’Algeria, guidata ininterrottamente dal 1999 da Abdelaziz Bouteflika. Oggi molto malato, quasi inabile al governo se non per poche ore al giorno (nella migliore delle ipotesi), l’eredità dell’ottantunenne Presidente è il vero rebus strategico della Regione.

Qualsiasi incertezza nelle seconde file del regime, quelle che gestiranno la transizione del dopo Bouteflika, potrebbe essere il punto di rottura di questa ex colonia francese dove lo scontro con l’Islam radicale non solo risale ai primi anni Novanta, ma ha raggiunto un’intensità senza precedenti.

Il Marocco

La monarchia marocchina sembra essere il Paese più stabile del Maghreb, ma a ben guardare cela serie fragilità. Prima di tutto economiche, perché il Marocco non ha le risorse petrolifere di Libia e Algeria, o la versatilità della Tunisia, ma si regge su un’economia agricola.

La povertà endemica è quindi un fattore di reclutamento sfruttato dalla fazione islamista. Rabat dovrà gestire a breve il ritorno di almeno 1.500 foreign fighters partiti per unirsi ai gruppi terroristici siriani.

Una minaccia oggettiva in un quadro interno che, nel 2016, ha visto smantellate dalle forze antiterrorismo almeno 18 cellule d’ispirazione islamiste, distribuite sulle principale sigle: Isis, AQuim (al-Qaeda nel Maghreb islamico) e al-Nusra, la costola di al-Qaeda in Siria.

Quest’ultima, clamorosamente elogiata dal Ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, nel 2012, per l’ottimo lavoro anti Assad svolto sul campo.

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