Esteri

Dov'è finito il tesoro dell'Isis?

Lo Stato Islamico è finito ma mancano due cose: i 200 milioni del suo tesoro ed il leader, al Baghdadi

Abu Bakr Al Baghdadi

Fausto Biloslavo

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Lingotti d’oro e milioni di dollari del tesoro dell’Isis, il «fantasma» del Califfo, ostaggi eccellenti e jihadiste italiane scomparse sono i misteri dello Stato islamico, che forse rimarranno nella leggenda per sempre come alla fine del Terzo Reich.

Attorno all’ultima sacca del Califfato in Siria la leggenda si mescola alla realtà nel fragore della battaglia senza quartiere. Nelle ultime settimane centinaia di mujaheddin sono riusciti a fuggire verso l’Iraq portandosi via almeno 200 milioni di dollari in lingotti d’oro e contanti. Secondo gli esperti americani, che tracciano le piste finanziarie del terrorismo, dopo la caduta di Raqqa, la «capitale» storica dell’Isis in Siria, le bandiere nere potevano contare su un tesoretto di 400 milioni di dollari. Solo durante la conquista di Mosul nel 2014 avevano trovato nelle banche della città contanti e riserve auree per 500 milioni di dollari.

Grazie al controllo di pozzi petroliferi, le tasse e i saccheggi anche dei siti archeologici il Califfato, al massimo della sua espansione, aveva un budget di 6 miliardi di dollari. La costante perdita di territorio ha ridotto sensibilmente il tesoro dell’Isis. Secondo l’intelligence irachena casse di lingotti d’oro sono state sotterrate nel deserto, in punti segreti, dopo la caduta di Mosul, come futuro finanziamento per le nuove forme di lotta clandestina. I resti del tesoretto sono stati portati via dai combattenti in fuga dal villaggio di Baghuz, nella Siria sud orientale, ultimo fazzoletto di terra rimasto in mano allo Stato islamico.

Cinque anni fa l’Isis era grande come l’Italia da Raqqa alle porte di Baghdad. La priorità della caccia non è ai soldi, ma al Califfo, Abu Bakr al Baghdadi, vero fantasma. «Nell’ultima sacca si sono nascosti degli importanti esponenti dell’Isis, ma non abbiamo notizie precise su Al Baghdadi. Esiste una squadra speciale della Cia e delle Unità di protezione popolare (Ypg) che sta seguendo ogni traccia. Sarebbe molto importante catturarlo vivo» spiega un generale dell’intelligence curda, che chiede di non fare il suo nome. Alle ricerche partecipano anche i Navy seal, la stessa unità speciale, che ha individuato e ucciso Osama bin Laden, lo sceicco di Al Qaida.

Il Califfo ha fatto sentire l’ultima volta la sua voce il 23 agosto dello scorso anno con un messaggio audio che invita i seguaci a «perseverare», anche se la sconfitta era inevitabile. I russi sembravano convinti di averlo ucciso in un raid aereo vicino a Raqqa, ma gli americani hanno smentito rivelando che Al Baghdadi si muove di continuo e dorme con un giubbotto esplosivo. Se venisse sorpreso da un blitz si farebbe saltare in aria. Nel 2015 è stato quasi sicuramente ferito in un attacco aereo in Iraq e soffrirebbe ancora delle conseguenze. Le ultime informazioni lo segnalavano ad Haijn, la roccaforte dell’Isis caduta il 14 dicembre dopo una battaglia furiosa durata mesi.

«Nessuno ha idea di dove si nasconda Al Baghdadi» spiega Samir Bougana, il primo jihadista italiano, figlio di immigrati marocchini, catturato dai curdi in Siria. «Adesso arrivano in carcere nuovi mujaheddin prigionieri. Neppure loro sanno che fine abbia fatto» sostiene il terrorista di casa nostra nato in provincia di Brescia e partito per la guerra santa a 19 anni. Altre notizie, mai confermate, sostengono che il Califfo sia fuggito nel deserto siriano. Oppure che viaggi in incognito senza barba e con vestiti normali, non il tunicone nero da Califfo, assieme a due fidate guardie del corpo evitando telefonini o altri aggeggi elettronici, che potrebbero venire intercettati.

L’unica certezza è che nell’ultima sacca sono rimasti alcuni super ricercati come il jihadista francese Fabien Clain, ucciso il 21 febbraio da un bombardamento mirato. Il terrorista era noto come voce del terrore, per avere rivendicato a nome dell’Isis gli attentati di Parigi nel novembre 2015. Negli ultimi sanguinosi giorni di battaglia del Califfato in Siria sono rispuntati dall’oblio i nomi di ostaggi eccellenti come John Cantlie e padre Paolo Dall’Oglio. Il primo è il giornalista freelance inglese sequestrato dai jihadisti nel 2012 e trasformato in inviato al fronte della loro propaganda. L’altro è il gesuita italiano sparito a Raqqa nel 2013, dopo essere stato arrestato dai seguaci delle bandiere nere. I due ostaggi eccellenti, assieme a una crocerossina neozelandese, sarebbero stati proposti come merce di scambio dagli irriducibili jihadisti nell’ultima sacca di Baghuz per ottenere un salvacondotto. «Gli unici ostaggi ancora in mano ai terroristi, che possiamo confermare sono i combattenti curdi catturati in precedenza. Li usano come scudi umani» spiega verso la fine della battaglia Mustafa Bali, portavoce delle Forze democratiche siriane, che hanno spazzato via il Califfato grazie all’appoggio aereo e dell’artiglieria americana. All’inizio erano una trentina, ma diversi sarebbero morti. Per padre Dall’Oglio le speranze sono ridotte al lumicino. Un jihadista prigioniero ha ammesso che venne ucciso quasi subito dopo il suo arresto. Il corpo è stato gettato nel fiume Eufrate o in una foiba vicino a Raqqa ancora minata e con resti di altre vittime dell’Isis.

L’Osservatorio siriano dei diritti umani con base a Londra ha smentito il negoziato con i miliziani circondati, ricordando che le ultime informazioni su Dall’Oglio risalgono al novembre 2015 quando un mujahed dichiarò di averlo visto in una prigione controllata da un gruppo uzbeko. A sorpresa, per John Cantlie, il ministro per la Sicurezza inglese, Ben Wallace, ha affermato senza fornire dettagli che potrebbe essere ancora vivo. Dato per morto nella battaglia di Mosul sarebbe stato visto a Raqqa pochi mesi dopo e segnalato nell’ultima roccaforte di Haijn.

Al contrario sembrano svanite nel nulla le jihadiste italiane Maria Giulia Sergio e Alice Brignoli. Quest’ultima nata a Bulciago nel lecchese è partita dall’Italia con il marito marocchino e i bambini arruolandosi nello Stato islamico. Prima dell’assedio di Raqqa si sarebbe spostata ad Al Mayadeen, diventata la nuova «capitale1 dell’Isis fino a quando non è stata travolta dall’avanzata dei governativi siriani. Di Alice non si sa più nulla come di Maria Giulia, la più famosa Lady Jihad italiana, che da convertita ha preso il nome islamico di Fatima Zahra. La Digos di Milano l’ha intercettata l’ultima volta nel luglio 2015 mentre cercava di convincere via Skype i genitori e la sorella a raggiungerla in Siria. Le comunicazioni partivano da Sed Forouk, una zona militarizzata dove si trova un’importante diga sull’Eufrate, poi riconquistata dai curdi. La gente del posto ricorda il gruppo di miliziani albanesi del Califfo che presidiavano la diga. E ha riconosciuto Aldo Kobuzi, il marito mujahed di Lady Jihad. Secondo la sorella, pure lei radicalizza e finita in carcere, Maria Giulia sarebbe morta di malattia in Siria.

Forse è solo una copertura per tornare sotto mentite spoglie a casa e scampare alla condanna di nove anni per terrorismo internazionale.

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