Isis: il video dell'orrore è un segno di debolezza

L'ostentazione di crudeltà con il pilota bruciato vivo, dimostra che il Califfato soffre le prime sconfitte

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Un fermo-immagine dal video choc con l'esecuzione del pilota giordano – Credits: @Rita_Katz/Twitter

Marco Ventura

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Le immagini non potrebbero essere più esplicite, più brutali. Il messaggio invece è elaborato, la fattura raffinata. Degna delle nostre migliori sale di montaggio. La tecnica e le musiche, il “linguaggio” impiegato dall’Is nel suo ultimo scioccante video che “racconta” il martirio del pilota giordano Muad Kasasbeah arso vivo dentro una gabbia, seguono una sceneggiatura tra politica e horror che è la versione contemporanea del nuovo Medioevo. Non basta denunciare “l’orrore senza fine”, la gara pulp in cui la vittima è totalmente in balìa del sadismo dei suoi carnefici. Qui c’è l’umiliazione del prigioniero costretto a recitare da vivo (e morto) la parte del “giustiziato”. C’è la narrazione del castigo. Sono 22 minuti di video, montati con quelle che in gergo si chiamano grafiche e effetti. I movimenti di Muad su scene reali di edifici bombardati e ridotti in macerie, montate con immagini “di repertorio” di cadaveri tra i detriti, precedono, spiegano la morte. Seguono una regia, un copione. Illustrano i motivi, la storia, dell’esecuzione.

 


Il pilota giordano si guarda intorno, contempla gli effetti dei propri raid. È mostrato, esibito come il nemico reso inoffensivo e riportato sulla “scena del delitto”. Che impersona se stesso, di fronte ai propri fantasmi.

Un documento, anzi un documentario, terribile. Muad racconta di persona, il volto tumefatto e l’occhio nero, quello che ha fatto come pilota militare. In grafica le “schede” sulle armi impiegate, l’animazione dei jet, i target mappati dall’alto. Il bombardamento. I morti, le macerie. La ricostruzione video come atto d’accusa. Arringa animata. In sovrimpressione la foto di Muad nella sua bella uniforme dell’Aeronautica. E la lista di altri 40 piloti con le bio personali: chi sono, come si chiamano, dove abitano le famiglie. Una taglia in dinari del Califfato su ciascuno di loro. Il piatto fortissimo è però la mattanza. Che non arriva subito, è preceduta e preparata da tutto il resto. Sulla modalità dell’esecuzione c’è stato perfino un sondaggio online. Non è chiaro se la scelta di bruciarlo vivo sia emersa dal web. Il pilota, in gabbia, affronta la fine. I guerriglieri dell’Is in mimetica puntano verso il basso le dei kalashnikov, sono scenograficamente disposti su file ordinate. Muad in tuta arancione piega il capo, si sottopone al verdetto. E prega. Il boia è un “emiro”, comandante di regione del Califfato: appicca il fuoco alla miccia. La fiamma corre (ma al rallentatore) verso la vittima che vede la fiamma raggiungerlo, inesorabilmente. La tuta è imbevuta di benzina. Il resto è puro orrore. Ripreso senza pietà, ossessivamente, da angolazioni diverse. Cinematografiche. Tra panoramiche e primi piani. Gli effetti (il fragore del fuoco, battiti di cuore sempre più veloci, musiche incalzanti) sottolineano la spettacolarità dell’esecuzione. Il messaggio: Muad muore della morte delle sue vittime. Nel fuoco.

Eppure. L’uccisione degli ostaggi giapponesi (eroici loro e i familiari, che non hanno accusato il governo ma ringraziato e chiesto scusa al paese per il fastidio arrecato), insieme all’offensiva del terrore contro la Giordania e i suoi militari e all’escalation dell’orrore dalla decapitazione al rogo, ci dicono che l’Is comincia forse a annusare il declino. Sul campo il Califfato soffre le prime disfatte. L’argine dei curdi funziona, la coalizione di Stati Uniti e alleati (compresi alcuni paesi islamici) non ha paura di proseguire nella campagna a supporto di chi sul terreno, palmo dopo palmo, resiste ai tagliagole. E paesi che prima chiudevano un occhio ai finanziamenti della guerriglia sunnita dell’Is, oggi fanno più attenzione. Si sentono messi in pericolo dall’espansionismo criminale del Califfato. Le decapitazioni, se anche non hanno smesso di sgomentarci, hanno finito di stupirci. Perciò decapitare non basta più, è diventato “normale”, perciò si deve andare oltre. E si brucia vivo il nemico. Ma dietro queste prove di forza, queste ostentazioni di crudeltà, non vedo più la frenesia vittoriosa del jihadismo. Vedo una disperazione criminale che perfeziona la sua tecnica televisiva ma rischia (vivaddio) di perdere la guerra. Anche dentro l’Islam. Se la violenza è cinematografica, anche la nostra paura lo diventa.

 

     

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