Isis contro Putin e la Russia: perché le minacce sono da prendere sul serio

L’intervento militare in Siria ha risvegliato il risentimento caucasico dove l’Islam radicale è di casa. E nonostante il lavoro dei servizi segreti russi, non c'è da stare tranquilli

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Il presidente russo Vladimir Putin – Credits: JURE MAKOVEC/AFP/Getty Images

Luciano Tirinnanzi

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"Ascolta Putin, verremo in Russia e vi uccideremo nelle vostre case. [...] Oh fratelli, conducete la jihad e uccideteli e combatteteli". È l’ultima delle minacce globali dello Stato Islamico, rilasciate in rete a fine luglio 2016, a poca distanza dall’abbattimento di un altro elicottero russo nel settore di Idlib per mano di una fazione di ribelli, che però non è direttamente legata al Califfato.

A perdere la vita a bordo dell’elicottero militare da trasporto russo MI-8, tre membri dell’equipaggio e due ufficiali del Centro di riconciliazione. Il ministero della Difesa russo ha confermato.

Il Cremlino sapeva fin dall’inizio che l’intervento militare in Siria deciso nell’ottobre del 2015 in favore del regime di Bashar Al Assad, avrebbe comportato dei rischi crescenti per la sicurezza nazionale russa, e avrebbe risvegliato il risentimento delle repubbliche caucasiche dove l’Islam radicale è di casa da sempre.

L’azione muscolare di Mosca ha penalizzato non poco le opposizioni al regime di Assad e limitato la presenza dello Stato Islamico nei dintorni di Damasco e nel settore di Palmira. I progressi russi tuttavia, pur se evidenti, sono stati però lenti e sono riusciti giusto a dare un vantaggio al regime siriano prima che questo crollasse sotto l’impeto delle fazioni islamiste.

I bombardamenti aerei indiscriminati compiuti dall’aviazione russa e del regime di Damasco si sono abbattuti più volte su aree dove vive la popolazione civile e anche là dove sorgono gli ultimi ospedali ancora attivi, strutture considerate “obiettivi legittimi” perché spesso i ribelli si nascondono là per sfuggire alle bombe.

Per stroncare la resistenza ad Aleppo, ad esempio, Mosca sta seguendo la stessa tecnica che fu vincente nell’assedio di Grozny, durante la guerra cecena: lasciar morire di fame gli assediati, sfiancando i ribelli con bombardamenti indiscriminati.

La radicalizzazione islamica nel Caucaso
Questa brutalità lascia dei segni. E tutto ciò non fa che rinfocolare l’odio islamista contro la Russia, dove i musulmani sono considerati una delle più gravi minacce alla sicurezza interna. Il Caucaso ha offerto un numero altissimo di combattenti alla causa del Jihad e da lì provengono alcuni dei capi militari che guidano la guerra del Califfato contro “gli infedeli”, come il georgiano Abu Omar Al Shishani, alto comandante ed Emiro dell’ISIS in Siria, dichiarato morto in battaglia lo scorso mese di luglio.

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Proprio in omaggio a questa figura così importante, lo Stato Islamico potrebbe ordire una vendetta contro la Russia, nonostante Al Shishani sia caduto - secondo le fonti più autorevoli - nel settore iracheno dove operano forze americane in appoggio ai locali.

La questione dell’Islam radicale è sul tavolo di Vladimir Putin sin da prima che divenisse presidente della Federazione Russia, ma la guerra in Medio Oriente ha certamente dato nuova linfa al Jihad russo: nel giugno del 2015 ben quattro regioni del Nord del cosiddetto “Emirato del Caucaso” avevano giurato fedeltà ad Abu Bakr al-Baghdadi, il quale per parte sua ha benedetto la creazione di alcune basi di ISIS nella regione stretta tra il Mar Nero e il Mar Caspio e appartenente alla Russia.

In quell’occasione, fu lo stesso portavoce dello Stato Islamico, Abu Muhammed al-Adnani, a sigillare l’affiliazione dei mujaheddin di Russia, dichiarando la nascita dell’Emirato e indicando Abu Muhammad al-Qadari, al secolo Rustam Asilderov, proveniente dalla repubblica russa del Daghestan, quale leader del Caucaso del Nord.

La credibilità delle minacce contro Mosca
Dunque, le minacce a Mosca sono da prendere in seria considerazione, soprattutto secondo la regola mai smentita secondo cui i terroristi non mentono mai e indicano sempre il proprio obiettivo, secondo i precetti di Al Adnani stesso, che ha invitato i devoti musulmani a colpire indiscriminatamente la popolazione civile.

Ciò nonostante, Mosca è abituata a simili minacce ed è capace di sopportare ben più di quanto non riesca l’Europa. Ne siano prova la strage del teatro Dubrovka a Mosca del 2002 e quella alla scuola di Beslan, in Ossezia del Nord, del 2004, quando la Russia fu sconvolta da due attacchi che chiedevano il ritiro delle forze armate russe dalla Cecenia e che fecero complessivamente quasi cinquecento vittime.

Oggi la situazione è diversa, ma la presenza di forze islamiste ostili a Mosca e alla ricerca dell’indipendenza hanno ingrossato anno dopo anno le fila dell’esercito di Al Baghdadi, nella convinzione che la guerra condotta dallo Stato Islamico potesse rovesciare anche i destini della Federazione Russa. Di contro, i servizi segreti russi si sono infiltrati da tempo tra le fila dello Stato Islamico, grazie proprio a miliziani caucasici, e dunque sono preparati a cogliere le prime avvisaglie di una possibile ondata di attentati sul suolo russo.

L’escalation degli attentati in Europa, in ogni caso, insegna che ormai nulla è più scontato e che né la Russia né gli altri paesi che combattono lo Stato Islamico sono immuni dalla follia del “jihadista della porta accanto”.

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