L'Isis aveva un piano per colpire anche Beirut e Tunisi - Esclusivo

Un'intelligence mediorientale aveva scoperto la trama, sventando gli attentati in Libano e in Tunisia. Aveva avvertito anche i colleghi europei

Luciano Tirinnanzi

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La strage di Parigi era parte di un piano più ampio, una serie di azioni terroristiche contemporanee e coordinate a livello internazionale, che avevano come obiettivi stragisti anche Beirut, Tunisi e Sousse. A riferirlo sono fonti credibili di un’intelligence mediorientale, che hanno impedito conseguenze più gravi e che avrebbero anche diramato dispacci in tal senso alle centrali d’intelligence europee prima del massacro parigino.

Nella serata del 10 novembre scorso, infatti, a Beirut è stato fermato un sospetto a bordo di una moto. L’uomo aveva addosso un giubbotto esplosivo e, alla vista degli agenti segreti che lo stavano seguendo, ha tentato di farsi saltare in aria, senza però riuscirvi. Arrestato e interrogato, si è poi rivelato essere un jihadista in procinto di portare a termine un’operazione.

Il sospetto avrebbe affermato agli investigatori che l’esplosivo che aveva con sé, così come altro materiale di cui non si conoscono i particolari, serviva per compiere uno degli attentati previsti per il 13 novembre, in contemporanea con Parigi: almeno due a Beirut e tre fra Tunisi e Sousse. Nel caso tunisino e libanese, gli obiettivi avrebbero interessato non solo la popolazione civile e i simboli turistici, ma anche luoghi sensibili come centrali energetiche o petrolifere e altre realtà aziendali occidentali.

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Il salto di qualità minaccia l’Europa
Queste informazioni coincidono con il modus operandi attuato per la doppia strage di Beirut compiuta il 12 novembre scorso nel quartiere sciita di Burj el Barajneh, roccaforte di Hezbollah (44 morti e 239 feriti). Anche in quel caso, erano stati predisposti tre diversi attacchi suicidi con giubbotti esplosivi e motociclette da lanciare contro la folla. Secondo gli inquirenti, che hanno arrestato e interrogato almeno nove persone in seguito al fatto, apparentemente il piano iniziale era inviare cinque attentatori suicidi in un ospedale nel quartiere, ma la massiccia presenza di forze di sicurezza li ha poi costretti a modificare l’esecuzione del piano, eleggendo una zona densamente popolata per la strage.

 Quanto alla Tunisia, da tempo circolavano informative che ritenevano imminenti nuovi attacchi condotti con delle autobomba, da far esplodere in corrispondenza degli obiettivi. I servizi segreti francesi temono ora la comparsa sul territorio francese, ma non solo, di un tipo di terrorismo alla “libanese”, dove gli attentati suicidi di lupi solitari o comunque le azioni isolate sono state soppiantate da procedure più elaborate: moto, camion o autobomba imbottite di esplosivo, eventualmente da attivare a distanza.

 Sia come sia, le capacità organizzative e di coordinamento dimostrate dagli attentatori a Parigi (e forse non solo) certificano il salto di qualità del terrorismo œ di matrice salafita, con conseguenze purtroppo inimmaginabili. L’arresto in buona parte casuale del sospetto terrorista a Beirut, che non è riuscito a farsi esplodere e ha così permesso agli inquirenti di disvelare il piano internazionale, ha soltanto impedito un bilancio ancor più grave delle stragi compiute a Parigi. Ma il timore degli inquirenti è che la prossima volta non si abbia la stessa “fortuna”.

 

Esplosivi e detonatori rubati in una base militare francese
Se la notizia fosse confermata, infatti, questo getterebbe un’ombra inquietante anche sulla possibilità di nuovi e più terribili attentati terroristici progettati per colpire l’Europa. Da tempo, l’intelligence italiana parla dell’assenza di segnali concreti che indichino un imminente attentato diretto contro il nostro paese, nonostante il “rischio zero” non esista ovviamente. Per quanto si ritenga fondata l’idea che Roma e il Vaticano non siano nel mirino dei jihadisti, anche perché non direttamente coinvolte nella lotta allo Stato Islamico, tuttavia se inserite in un più ampio contesto internazionale, anche questi luoghi potrebbero diventare potenziali obiettivi.

 Si aggiunga un dettaglio particolarmente preoccupante, che sorprendentemente non è stato citato a sufficienza in queste ore né dai media francesi né dai medi internazionali e che non può non far riflettere, alla luce della strage tanto di Parigi quanto del volo Airbus 321 esploso sopra i cieli del Sinai, dove sono morti 221 cittadini russi e 3 ucraini.

 Nella notte del 7 luglio scorso nella base militare di Miramas, vicino Marsiglia, sono stati rubati almeno 150 detonatori e uno stock di esplosivo, una decina di panetti al plastico da 250 grammi ciascuno e circa quaranta granate. Il quotidiano Le Figaro, alcuni giorni dopo, sosteneva che gli investigatori puntavano sulla pista della criminalità organizzata, particolarmente attiva nella regione, che si sarebbe servita di una talpa interna alla base militare. Poi non se n’è saputo più nulla. Una parte o l’intero stock di quegli esplosivi potrebbe essere stato poi rivenduto ai terroristi. Gli inquirenti non lo dicono, ma quelli rubati a Miramas potrebbero essere proprio gli stessi ordigni della strage di Parigi. E, se non lo sono, queste armi sono ancora in giro, pronte per essere usate.

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